Nel periodo della presentazione del disciplinare per il "Lardo di Colonnata" ci sono stati molti scontri legali tra il "Consorzio dei prodotti tipici delle Apuane" e la 'Associazione produttori lardo di Colonnata"; dal Tribunale di Massa al Tar fino al Consiglio di Stato. Ecco la memoria presentata dal Consorzio davanti al Consiglio di Stato:

 

 

 

 

 

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CONSIGLIO DI STATO – SEZ. VI

(RR.GG. nn. 2249/04; 2622/04 – c.c. 30.3.2004)

 

Memoria unica

 

 

nell’interesse del Consorzio per la Tutela dei Salumi Tipici delle Apuane, in persona del Presidente del Consiglio Direttivo e legale rappresentante p.t. Signor Ezio Nicodemi, rappresentato e difeso dagli avv.ti prof. Aurelio Pappalardo, Carlo Lenzetti e Piero d’Amelio ed elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via della Vite 7, giusta mandato a margine del presente atto

nei giudizi d'appello promossi

- dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (MIPAF)

(avv. St. Roberta Tortora)

e

- dall'Associazione "Tutela Lardo di Colonnata"

   (avv. prof. Giuseppe Morbidelli, avv. Giovanna Meini        d'Alessandro)

anche nei confronti di

- -  Regione Toscana

(avv.ti  Lucia Bora, Silvia Fantappiè, Fabio Lorenzoni) 

- Signor Fausto Guadagni

per l'annullamento o l'integrale riforma

dell’ordinanza sospensiva n.41/2004 emessa dal TAR per la Toscana, Sez. II, in data 13 gennaio 2004.

 

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FATTO

 

1. Nell'anno 1999 alcune aziende produttrici e lavoratrici di carne e derivati di suino e di lardo di Colonnata site nei Comuni di Carrara, Massa e Montignoso (che, in seguito, daranno vita al Consorzio per la Tutela dei Salumi Tipici delle Apuane, d’ora in poi Consorzio) venivano a conoscenza del fatto che la Provincia di Massa Carrara, d'accordo con enti e categorie varie, stava esaminando la fattibilità della realizzazione di un disciplinare e della successiva registrazione di un’Indicazione Geografica Protetta (IGP) del  “Lardo di Colonnata”.

I citati produttori si attivavano immediatamente presso la Regione Toscana e, con una nota datata 2 novembre 1999 (doc.1 del fascicolo di primo grado), in considerazione della loro ultradecennale tradizione nel settore della trasformazione delle carni suine e della produzione e preparazione del lardo di Colonnata, domandavano di entrare a far parte della importante e decisiva iniziativa.

In data 25 febbraio 2000 (doc.2, ivi), con atto Notaio La Rosa di Massa (Rep. n. 38729), veniva costituito il Consorzio per la Tutela dei Salumi Tipici delle Apuane, del quale fanno parte oggi 6 aziende artigiane che producono e lavorano carni e derivati di suino e lardo. Tali aziende hanno sede nei Comuni di Montignoso, Massa e Carrara, tutti ricompresi, come è noto, nella Provincia di Massa Carrara.

Nelle aziende del Consorzio lavorano complessivamente 33 persone tra lavoratori a tempo determinato, apprendisti, collaboratori, coadiutori e soci.

La finalità principale ed espressa del Consorzio (ai sensi dello Statuto e dell’Atto costitutivo) è quella di tutelare la tradizione e la tipicità del prodotto e delle sue caratteristiche, di promuovere e diffondere il consumo e la conoscenza del lardo di Colonnata e di tutti i salumi tipici delle Apuane (cfr. visura camerale del 7.5.2001, doc.3, ivi).

2. Appena costituito il Consorzio avviava una serie innumerevole e fitta di incontri e riunioni con organi ed enti pubblici, dai quali scaturivano ripetute e ferme assicurazioni in merito al coinvolgimento del Consorzio stesso nell'operazione di riconoscimento della IGP del lardo di Colonnata (cfr. racc.a/r del 9 marzo 2000 inviate a MIPAF, Regione Toscana, Provincia di Massa Carrara e Camera di Commercio, docc. 4, 5 e 6, ivi). Tuttavia, visti gli esiti infruttuosi delle suddette trattative, in data 2 giugno 2000 il Consorzio decideva di presentare al MIPAF domanda (protocollata il 14 giugno 2000, al n. 62153, cfr. doc. 7, ivi) per il riconoscimento dell'IGP "Lardo di Colonnata" ai sensi del Reg. CEE n. 2081/92. Alla domanda veniva allegata ampia documentazione, costituita, in particolare, da: atto costitutivo e statuto del Consorzio, disciplinare di produzione, relazione tecnico-illustrativa, analisi e progetto socio-economico (doc. 7 cit.).

Il MIPAF peraltro, emanata la circolare n. 4 del 28.6.2000 (pubblicata in G.U. n.189 del 14.8.2000), trasmetteva la domanda del Consorzio con la documentazione ivi allegata alla (divenuta competente) Regione Toscana solo in data 6 marzo 2001 (con nota del 26.2.2001) e cioè oltre 9 mesi dopo la presentazione di essa da parte del Consorzio.

Nel frattempo, in data 2 febbraio 2001 (e cioè esattamente sei mesi dopo la presentazione della domanda del Consorzio), veniva avanzata alla Regione Toscana identica istanza di riconoscimento IGP "Lardo di Colonnata" dall'Associazione per la tutela del Lardo di Colonnata (d’ora in poi Associazione), costituita da alcuni produttori (tutti) con sede nel piccolissimo borgo di Colonnata (posto nel Comune di Carrara).

Con fax del 24 ottobre 2000 il Consorzio inviava alla Regione la richiesta di modifica dell'Elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali, dal momento che - contrariamente a quanto risultava da tale elenco - il territorio interessato dalla produzione del lardo di Colonnata non era soltanto il borgo di Colonnata, ma il più vasto comprensorio dei Comuni di Carrara (di cui Colonnata fa parte), di Massa e di Montignoso (doc.8, ivi).

3. Con nota del 12 marzo 2001, prot. n. 103/6002/14.01, la Regione invitava le parti interessate, Associazione e Consorzio, ad una riunione che si sarebbe tenuta il giorno 16 marzo successivo, avente ad oggetto la registrazione de qua (doc.9, ivi).

Nel corso della riunione, tenutasi presso il Ministero, veniva consegnata a mani dei rappresentanti del Consorzio una nota del MIPAF datata 26 febbraio 2001, prot. n. 60807 (quindi precedente di ben 15 giorni la lettera di convocazione della riunione), nella quale, da un lato, l’Amministrazione centrale richiedeva alla Regione un parere in merito alle due istanze di IGP e, dall'altro, veniva rilevato che l'istanza del Consorzio appariva in contrasto con lo spirito e la finalità del Reg. CEE n. 2081/92 in quanto il relativo disciplinare parlava di "standardizzazione dei processi di stagionatura" e proponeva, quale zona di produzione del cd. “lardo di Colonnata”, un'area geografica ritenuta troppo estesa rispetto alla tradizionale denominazione del lardo (in quanto comprendente, oltre al borgo di Colonnata, i Comuni di Carrara, Massa e Montignoso) (doc.10, ivi).

4. A seguito della riunione, ovvero con nota del 22 marzo 2001, prot. n. 103/7227/14.01, inviata per fax il successivo 28 marzo (doc.12, ivi), la Regione Toscana contestava al Consorzio che “la documentazione inviata non è coerente con le finalità del Reg. CEE 2081/92 ed in particolare non rispetta le condizioni previste dalla circolare 4/2000 del MIPAF”. In particolare la Regione contestava la mancata descrizione (nei documenti prodotti) delle condizioni essenziali da inserire nel disciplinare, la mancanza della relazione storica, della documentazione cartografica e della documentazione informativa, relativa “al collegamento del prodotto all’area di produzione e all’utilizzo dei metodi leali e costanti”.

Si osserva peraltro che, contrariamente a quanto sostenuto dal Ministero appellante, la Regione non aveva affatto chiesto, con la nota in esame, di produrre la documentazione integrativa mancante, ma si era limitata “a far osservare” al Consorzio le asserite mancanze documentali, quasi fosse completamente disinteressata a verificare l’effettivo possesso in capo al Consorzio dei requisiti per il riconoscimento dell’IGP.

A fronte del contenuto della nota sopra citata (ricevuta il 28.3.) il Consorzio, con raccomandata del 29 marzo 2001 (doc.13, ivi), domandava alla Regione la concessione di un termine per provvedere ad integrare la documentazione, precisando, oltre al fatto di avere avuto, nel corso dell'incontro del 16 marzo, ampie assicurazioni che si sarebbe attesa la presentazione di tali documenti prima dell'emissione del previsto parere, che la Circolare MIPAF n. 4/2001 citata dall’Amministrazione era stata emanata in epoca successiva alla presentazione dell'istanza di registrazione avanzata dal Consorzio e che, pertanto, le prescrizioni in essa contenute (e tra queste quella che il soggetto al quale dovevano essere presentate le istanze di registrazione era la Regione e non più il Ministero) che imponevano nuovi adempimenti e/o documenti rispetto al passato non potevano essere rispettate prima della sua adozione.

Il Consorzio, peraltro, dopo aver contestato i rilievi mossi dal MIPAF, dichiarava di volersi adeguare anche a tali nuove prescrizioni e provvedeva quindi ad inoltrare all’Amministrazione – sia al MIPAF, in data 5.4.2001 (doc.14, ivi), che alla Regione Toscana, in data 10.4.2001 (doc.15, ivi) - tutta la documentazione mancante (integrando quanto già prodotto al MIPAF con la domanda del 2.6.2000).

Nonostante l’avvenuta sollecita integrazione documentale e nonostante l’Amministrazione fosse tenuta (e si fosse anche impegnata) ad attendere detta integrazione, in data 11 aprile 2001 il Consorzio riceveva via fax il decreto della Regione Toscana n. 1548 datato 27 marzo 2001 (e quindi precedente alla avvenuta integrazione documentale), con il quale l’Amministrazione locale esprimeva parere favorevole in merito all'istanza dell’Associazione produttori di Colonnata  e, contestualmente, parere sfavorevole in merito a quella del Consorzio (doc.16, ivi). La motivazione di tale sfavore, peraltro, era la medesima di quella già espressa nella precedente nota del 22.3.2001 (e del resto non avrebbe potuto essere diversamente, stante la mancata acquisizione, alla data di emissione del decreto, dell’integrazione documentale), e cioè che "l’istanza presentata dal Consorzio per la tutela dei salumi tipici delle Apuane non è coerente con le finalità del Reg. CEE 2081/92 ed in particolare non rispetta le condizioni previste dalla circolare 4/2000 del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e pertanto non risulta meritevole di parere favorevole da parte della Regione Toscana”.

5. Attesa l'evidente illegittimità così perpetrata il Consorzio, con ricorso al TAR Toscana notificato alle controparti il 6 giugno 2001, provvedeva ad impugnare tutti i sopra menzionati atti regionali e ministeriali (ricorso R.G. n. 1503/01, Sez. II).

A seguito dell’introduzione del giudizio il MIPAF, con nota del 16.05.2001, prot. n. 62346 (doc. 24 ivi), convocava i rappresentanti dell'Associazione, quelli del Consorzio e quelli della Regione per il girono 12 giugno successivo per verificare la sussistenza o meno dei presupposti per una risoluzione bonaria della questione.

Nel corso dell'incontro, tuttavia, nonostante i funzionari ministeriali e regionali avessero fatto chiaramente presente che portare avanti due diverse istanze avrebbe determinato, in sede comunitaria, un probabilissimo rigetto di entrambe, i rappresentanti dell'Associazione manifestavano il loro deciso dissenso a qualsiasi tipo di accordo.

Visto l'esito dell'incontro, i funzionari ministeriali domandavano al Consorzio un'ulteriore integrazione della documentazione a sostegno della propria richiesta di riconoscimento dell’IGP.

In ottemperanza alla suddetta richiesta il Consorzio, con racc. a/r in data 23 luglio 2001, inviava al Ministero ed alla Regione procedenti ulteriore documentazione integrativa (doc. 25, ivi).

Successivamente, e senza far conoscere alcuna considerazione in merito alla documentazione inoltrata, con nota MIPAF datata 24 ottobre 2001, prot. n. 64582, l’Amministrazione ministeriale comunicava al Consorzio di aver individuato nell'Associazione controinteressata l'unico soggetto legittimato a presentare l'istanza di riconoscimento IGP ai sensi dell’art.5 del regolamento CEE n.2081/92 (doc. 23, ivi).

In particolare in tale provvedimento veniva dato atto che, “stante il vincolo della proposizione di una sola domanda alla Commissione europea”, l’Amministrazione avrebbe proceduto “ad una scelta comparativa” fra le istanze di riconoscimento dell’IGP “Lardo di Colonnata” presentate dai due soggetti richiedenti e che sarebbero stati valutati gli elementi comprovanti “che il prodotto è originario della zona geografica e gli elementi comprovanti il legame con l’ambiente o con l’origine geografica”.

Ciò premesso l’Amministrazione, partendo dal presupposto che “Colonnata” è il nome geografico utilizzato per designare il prodotto, che esso richiama immediatamente il territorio di riferimento (Colonnata è una frazione del Comune di Carrara), e che tale territorio era quello indicato, in via esclusiva, dall’Associazione, riteneva di dover procedere, con riferimento all’istanza del Consorzio indicante quale zona di origine del lardo quella, più estesa, dei Comuni di Carrara, Massa e Montignoso”, “all’accertamento della sussistenza delle stesse condizioni caratterizzanti il comprensorio di Colonnata”.

Sicché, alla luce di tale errato presupposto (e sul punto si tornerà in punto di diritto), l’Amministrazione rilevava che:

a) dalla documentazione trasmessa dal Consorzio risulta che nei “tre comuni citati era ed è tuttora in atto la produzione del lardo ma non che la stessa venisse indicata come “Lardo di Colonnata”;

b) che vi era “diversità dei valori climatici caratterizzanti i due territori” indicati, rispettivamente, dall’Associazione e dal Consorzio, posto che il clima di Colonnata è collinare-montano con una quota media di 550 m., ovvero “superiore a quello del comprensorio intercomunale collocato sul versante delle Alpi apuane degradante verso il mare”;

c) che il disciplinare di produzione proposto dal Consorzio era diverso da quello proposto dall’Associazione, ed in particolare con riferimento ai tempi di stagionatura indicati: sei mesi per l’Associazione, almeno quattro (mesi) per il Consorzio;

d) che la realtà socio-economica della frazione di Colonnata – “ristretto ambito territoriale... dove non sembrano emergere altre attività imprenditoriali” – meglio si adatta alle finalità espresse nel secondo considerando del regolamento n.2081/92 (promozione del mondo rurale e miglioramento dei redditi degli agricoltori).

Alla luce di tali (erronee) considerazioni e preso altresì atto del parere favorevole (illegittimamente) espresso dalla Regione Toscana con riferimento alla (sola) domanda dell’Associazione, il MIPAF individuava nell’Associazione il soggetto legittimato ad inoltrare (allo Stato membro sul cui territorio è situata l’area geografica) la domanda di registrazione dell’IGP “Lardo di Colonnata”, dichiarava che avrebbe proceduto nell’attività istruttoria ed invitava il Consorzio ad “intervenire nel procedimento amministrativo fornendo ogni altro documento utile allo svolgimento dello stesso”.

Con successiva nota MIPAF del 27 novembre 2001 veniva fissata per il giorno 20 dicembre 2001 la riunione per il pubblico accertamento in zona di produzione (Colonnata), ai sensi della circolare n. 4/2000.

Di tale riunione il Consorzio veniva informato soltanto via fax dall'Associazione e soltanto in data 10 dicembre 2001 (doc. 26, ivi), non avendo ricevuto alcuna comunicazione né da parte del MIPAF, né da parte della Regione.

Avverso tali provvedimenti il Consorzio proponeva ricorso per motivi aggiunti, notificato alle controparti il 19 dicembre 2001: oltre ad impugnare nuovamente i provvedimenti già gravati, impugnava quindi la nota ministeriale del 24 ottobre 2001, prot,. n. 64582 e la nota ministeriale del 27 novembre 2001. Con tale ricorso il Consorzio avanzava anche domanda di risarcimento danni.

Con nota datata 18 dicembre 2001, prot. n. 65411 Posiz., inviata per fax al Consorzio, il M.I.P.A.F. precisava i motivi per i quali, con il provvedimento del 24 ottobre precedente, aveva rigettato l'istanza del Consorzio (doc. 54 ivi).

6. Nel corso della riunione per pubblico accertamento tenutasi a Colonnata il 20 dicembre 2001 i rappresentanti del Consorzio, innanzi tutto per la concreta impossibilità di prendere la parola, consegnavano ai funzionari ministeriali e regionali ivi presenti le loro osservazioni-opposizioni in merito al disciplinare dell'Associazione (cfr. osservazioni del Consorzio in data 20 dicembre 2001) (doc. 56 ivi).

In data 1° giugno 2002 (G.U., Serie Generale, n. 127) veniva pubblicato dal MIPAF il parere favorevole sulla domanda dell'Associazione con il disciplinare da quella proposto (doc. 75 ivi).

Anche quest'ultimo atto veniva impugnato dal Consorzio con un nuovo ricorso per motivi aggiunti da valere, se del caso, anche come ricorso autonomo. Esso veniva notificato alle controparti il 22-23 luglio 2002 ed aveva ad oggetto nuovamente tutti gli atti regionali e ministeriali sino a quel momento adottati e, in più, il provvedimento del MIPAF sopra citato, nonché il verbale della riunione di pubblico accertamento tenutasi a Colonnata il 20 dicembre 2001.

7. Il Consorzio nel frattempo, in data 29 giugno 2002, e cioè entro i 30 giorni previsti dal punto D della circolare n. 4/2000 inviava al MIPAF ed alla Regione le proprie articolate, documentate e motivate osservazioni in opposizione (doc. 76 ivi). Presentavano opposizione anche il Comune di Massa, il Comune di Montignoso, la Comunità Montana Alta Versilia e la Federazione Provinciale Coltivatori Diretti di Massa Carrara (docc. 77, 78, 79 e 84 ivi).

Con nota datata 18 settembre 2002, prot. n. 64971 (doc. 85 ivi), il MIPAF rigettava le suddette osservazioni, con la seguente motivazione, del tutto assertiva: "nelle osservazioni presentate dal Consorzio per la tutela dei Salumi Tipici delle Apuane, figura documentazione fiscale avente lo scopo di dimostrare l'esistenza della tradizionalità della produzione del lardo di Colonnata nel Comune di Montignoso. L'Associazione Tutela lardo di Colonnata con nota del 4 settembre 2002 ha comunicato che le fatture emesse dalla ditta Balderi per il periodo dal 1974 al 1976 in realtà non avrebbero potuto essere prodotte in quanto la ditta citata non risulta operante dal 1968 al 1978, come si desume dalla certificazione camerale del 7 agosto 2002 che l'associazione suddetta ha trasmesso in copia unitamente alla citata nota. Poichè la prova dell'esistenza dell'attività produttiva nel Comune di Montignoso trovava fondamento, a giudizio del Consorzio in indirizzo, nel riferimento temporale riportato dalle suddette fatture, l'impossibilità di emissione delle stesse nel periodo considerato costituisce negazione dell'asserita dimostrazione".

Avendo così, tanto seccamente quanto superficialmente, liquidato le osservazioni del Consorzio controinteressato, il MIPAF provvedeva alla trasmissione della domanda di registrazione alla Commissione Europea. Quest'ultima provvedeva quindi alla pubblicazione sulla GUCE (avvenuta in data 5.6.2003, in Serie C131/11), della domanda di registrazione I.G.P. “Lardo di Colonnata” dell'Associazione, fissando come da regolamento il termine di sei mesi per la presentazione di eventuale opposizione da parte di soggetti residenti in altri Stati membri..

Con nota dell'11 novembre 2003, prot. n. 28943, la Provincia di Massa Carrara convocava per il giorno dopo i rappresentanti dell'Associazione e del Consorzio per verificare la sussistenza di una possibilità di accordo (doc. 112 ivi). Il tentativo falliva per il fermo rifiuto dei produttori di Colonnata.

8. Da ultimo, veniva pubblicato sulla G.U. dell'1 dicembre 2003 il d.m. n. 279 del 6.11.2003 con il quale il MIPAF, dietro espressa richiesta dell'Associazione, e sotto l'esclusiva responsabilità della stessa, concedeva (senza prevedere il periodo di adeguamento di cui all'art. 5 par. 5 del reg. CE n. 2081/92) la tutela provvisoria a livello nazionale al solo Lardo di Colonnata prodotto a Colonnata (doc. 115 ivi).

Dal 16 dicembre 2003, dunque, data di entrata in vigore del citato decreto, nessun altro (oltre l’Associazione) avrebbe potuto in Italia produrre e commercializzare lardo con il nome di “Lardo di Colonnata”.

Avverso tale decreto il Consorzio proponeva ricorso per motivi aggiunti, notificato alle controparti in data 16 dicembre 2003 e depositato il giorno 17 successivo. Al ricorso, oltre ad altra copiosa documentazione, venivano allegate anche le due perizie depositate dai CC.TT.UU. (dr. Barrichello e Prof. Tateo) nel procedimento penale di cui si dirà (docc. 107 e 111 ivi).

Con il ricorso il Consorzio domandava, oltre all'annullamento, anche l'immediata sospensione degli effetti del decreto e di tutti gli altri atti (fino ad allora) impugnati, sostenendone, da un lato,  la manifesta illegittimità per tutti i vizi già eccepiti nei confronti di tutti gli altri atti precedenti ed a quello connessi e, dall'altro, rappresentando il danno gravissimo ed irreparabile che la mancata sospensione degli effetti di quegli atti avrebbe arrecato alle aziende consorziate. Danno economico, danno ai dipendenti, danno all'immagine ed al nome e rischio concreto di vedersi nuovamente denunciati, ovvero di vedersi sequestrare la propria merce già immessa in commercio con il nome “Lardo di Colonnata”, ovvero di non poter adempiere agli obblighi contrattuali da tempo assunti nei confronti dei propri acquirenti.

Nel ricorso veniva altresì ribadita domanda per il risarcimento del danno.

9. Nel frattempo, il 5 dicembre 2003 (vale a dire entro i sei mesi dalla pubblicazione in G.U.C.E. previsti dal Reg. CE 2081/92), perveniva in sede comunitaria un'opposizione alla registrazione dell'IGP in esame, proveniente dal governo spagnolo (su istanza di un'impresa spagnola esportatrice di suini), opposizione ritenuta non manifestamente infondata dalla Commissione Europea, la quale, ad un esame sommario, ha ritenuto che la IGP richiesta non è conforme alle condizioni previste dall'art. 2 del regolamento n. 2081/92.

In data 5 dicembre 2003, analoga formale opposizione alla domanda di registrazione veniva trasmessa dal Consorzio al MIPAF. Anche a tale opposizione (inviata per conoscenza anche alla Regione) venivano allegate le due perizie depositate dai CC.TT.UU. nel procedimento penale sopra citato.

Successivamente, con nota del 22 dicembre 2003, prot.66792, il MIPAF (nonostante l’emissione, da parte del TAR Toscana, del decreto presidenziale inaudita altera parte n.1376 del 19.12.2003 di accoglimento dell’istanza cautelare avanzata dal Consorzio) dichiarava inammissibile l’opposizione proposta dal Consorzio avverso la domanda di registrazione IGP dell’Associazione (pubblicata in GUCE), in quanto, a dire dell’Amministrazione, legittimati ad essa sarebbero soltanto soggetti appartenenti a Stati membri diversi da quello al quale appartiene il soggetto proponente la registrazione. Inoltre il MIPAF, con successiva nota del 12 gennaio 2004, in risposta alle istanze del Consorzio e dei suoi legali di inoltrare alla Commissione UE una copia del decreto n.1376/03 (docc. 139 e 140 ivi), comunicava che non “sussiste la necessità di informare la Commissione di un procedimento di esclusivo interesse nazionale”.

10.  Il procedimento penale

Con atto di denuncia-querela presentato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Massa in data 5 luglio 2001, il Presidente dell’Associazione di Colonnata e l’Associazione stessa denunciavano tutti i membri del Consorzio, domandandone la condanna penale per una serie di presunti reati, tra i quali, in particolare, quello di frode in commercio per aver commercializzato con la denominazione di “Lardo di Colonnata” un prodotto non corrispondente al vero lardo di Colonnata.

Alla richiesta di archiviazione formulata dal Pubblico Ministero i denuncianti reagivano con un’opposizione, a seguito della quale il G.I.P. fissava udienza in camera di consiglio per il giorno 10 luglio 2002.

Dopo un fitto scambio di memorie tra denuncianti e denunciati, il GIP addiveniva alla decisione di nominare d’ufficio (in una sorta di incidente probatorio) due consulenti tecnici: l'uno esperto in climatologia (che verificasse se sussistono, ed eventualmente in quali termini, differenze climatiche fra le zone interessate: Colonnata, il resto del Comune di Carrara, Massa e Montignoso e se, in altri termini, si potesse parlare di un vero e proprio “microclima” per il borgo di Colonnata); l’altro esperto di ricerche analitiche sugli alimenti (che verificasse se sussistono, ed eventualmente in che termini, differenze tra il lardo prodotto a Colonnata e quello prodotto nel restante comprensorio apuano; quali sono gli elementi ed i fattori che conferiscono al lardo di Colonnata le peculiarità specifiche e proprie; se esiste per quel prodotto uno standard produttivo che possa consentire di parlare di imitazione; eventuali differenze relative alle tecnologie di produzione, eventuali differenze tra i disciplinari delle due parti contendenti; la zona storica di diffusione del prodotto, ecc.) (cfr. docc. 87, 88, 91, 92, 93 e 94 ivi).

Il primo incarico veniva assegnato al Dr. Agronomo Roberto Barrichello di La Spezia ed il secondo al Prof. Fernando Tateo, responsabile scientifico dei laboratori di ricerche analitiche sugli alimenti dell’Università degli Studi di Milano.

Premesso che delle risultanze obiettive di tali consulenze si è già detto profusamente innanzi al Giudice di prime cure, e si dirà più avanti in sede di diritto (ad ulteriore conferma del macroscopico difetto di istruttoria che ha caratterizzato il procedimento di riconoscimento dell’IGP in questione), per il momento ci si limita a rilevare che entrambe le perizie, ed in particolare quella del Prof. Tateo, sono state interamente ed incondizionatamente favorevoli al Consorzio.

Tanto che -viste le risultanze delle due C.T.U.- l’Associazione denunciante (che, si ripete, si era in precedenza fermamente opposta alla richiesta di archiviazione del procedimento formulata dal PM), senza muovere alcuna critica al contenuto (cioè alla sostanza) delle due perizie, si esprimeva a favore di un’archiviazione del processo (tuttavia insistendo, guarda caso, perchè l’archiviazione fosse disposta per la carenza dell’elemento soggettivo) e con ordinanza depositata il 9.1.2004 il GIP disponeva l’archiviazione per mancanza di dolo dei querelati.

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11. Con il decreto presidenziale inaudita altera parte n.1376/2003 e poi con l’ordinanza collegiale n. 41/2004 oggetto di impugnazione, il TAR Toscana ha disposto la sospensione di tutti i provvedimenti impugnati dal Consorzio, ed in particolare, riassuntivamente:

a) del decreto del MIPAF del 6.11.2003, avente ad oggetto, in favore dell’Associazione, “Protezione transitoria accordata a livello nazionale alla denominazione ‘Lardo di Colonnata’ per la quale è stata inviata istanza alla Commissione europea per la registrazione con indicazione geografica protetta” (in G.U. n.279 del 1.12.2003);

b) del decreto Regione Toscana n.1548 del 27.3.2001, recante “parere favorevole all’istanza presentata dall’Associazione Tutela Lardo di Colonnata e parere non favorevole all’istanza presentata dal Consorzio per la tutela dei salumi tipici delle apuane”;

c) nota MIPAF del 26.2.2001, prot. n.60807, avente ad oggetto richiesta di parere alla Regione Toscana in ordine alle (due) domande di registrazione IGP “Lardo di Colonnata” pervenute dal Consorzio e dall’Associazione;

d) nota Regione Toscana del 22.3.2001, prot. n.103/7227/14.01, con la quale viene comunicato al Consorzio che la documentazione inviata ai fini della domanda di riconoscimento dell’IGP “Lardo di Colonnata” “non è coerente con le finalità del Reg. CEE 2081/92 ed in particolare non rispetta le condizioni previste dalla circolare 4/2000 del MIPAF”;

e) nota MIPAF del 24.10.2001, prot. n.64582, con la quale l’Associazione viene individuata quale unica legittimata ad ottenere l’IGP “Lardo di Colonnata” ai sensi dell’art.5 del regolamento CEE n.2081/92;

f) nota MIPAF del 27.11.2001, prot.n.64999 di fissazione della riunione di pubblico accertamento;

g) comunicato MIPAF pubblicato in G.U. n.127 del 1.6.2002, avente ad oggetto la “Proposta di riconoscimento della indicazione geografica protetta Lardo di Colonnata” e relativo Disciplinare di Produzione.

Tali provvedimenti sono stati impugnati dal Consorzio sotto innumerevoli e concorrenti profili di illegittimità ed in particolare, per quanto più specificamente rileva in questa sede, per violazione del contraddittorio, per difetto di istruttoria, per errore sui presupposti e, così,  per falsa interpretazione e rappresentazione dei fatti. Il decreto MIPAF del 6.11.2003 (sub a), l’ultimo in ordine temporale adottato dall’Amministrazione appellante, è stato impugnato, oltre che per tutti i vizi dedotti con riferimento ai precedenti provvedimenti, anche per illegittimità derivata.

A fronte di tali impugnazioni il TAR Toscana, con l’ordinanza n.41/2004, alla stregua degli elementi di causa e della copiosa documentazione depositata, ha ravvisato sia “la sussistenza di un pregiudizio grave ed irreparabile” a danno del Consorzio, sia il fumus boni iuris, affermando che il ricorso da quello presentato, “ad una sommaria delibazione, si offre a valutazioni positivamente rilevanti in ordine ad una ragionevole previsione di esito favorevole, avuto riguardo al motivo con il quale si deduce (con carattere prevalente ed assorbente di ogni altra considerazione) che non è stato consentito alla odierna parte ricorrente di partecipare al procedimento conclusosi con l’adozione del qui gravato provvedimento, tenuto conto dello specifico interesse partecipativo vantato dalla parte ricorrente”.

12. Avverso tale ordinanza ha interposto appello (notificato al Consorzio in data 17.2.2004 e depositato solo in data 12.3.2004), il Ministero per le Politiche Agricole e Forestali il quale ritiene che nel caso di specie non sussistano i presupposti necessari – fumus e periculum – per la concessa misura cautelare.

In particolare, l’Amministrazione sostiene che il d.m. 6.11.2003 (di concessione alla Associazione della tutela a livello nazionale della denominazione “Lardo di Colonnata”) sarebbe stato adottato sulla base della normativa comunitaria e “a seguito di un’approfondita istruttoria”, nella quale il Consorzio “ha avuto modo di interloquire non solo mediante la produzione di documenti e memorie, ma anche partecipando direttamente alle riunioni”; che detta partecipazione sarebbe mancata solo nella parte del procedimento istruttorio riguardante direttamente l’Associazione ma non il Consorzio stesso, il quale, sempre a dire dell’Amministrazione, non rivestirebbe nemmeno il ruolo di controinteressato; che, il d.m. in questione, in ogni caso, non arrecherebbe alcun danno al Consorzio, posto che il suo rilascio in favore dell’Associazione non escluderebbe che anche il Consorzio possa ottenere lo stesso riconoscimento (sicché il Consorzio non avrebbe alcun interesse all’impugnazione); che, infine, sarebbe del tutto irrilevante – ai fini della disposta misura cautelare - che il Consorzio abbia in concreto i requisiti per ottenere il riconoscimento dell’IGP, posto che le relative censure non avrebbero “nulla a che fare con l’impugnazione del provvedimento di concessione della protezione provvisoria a favore dell’Associazione”, provvedimento che, a dire dell’appellante, non arrecherebbe alcun danno diretto al Consorzio e sarebbe comunque sorretto da “valutazioni di merito incensurabili dinnanzi al Giudice Amministrativo”.

13. Con atto di appello notificato al Consorzio in data 19.3.2004, anche l’Associazione Tutela Lardo di Colonnata ha impugnato l’ordinanza cautelare n.41/2004 del TAR Toscana, riproponendo tutte le eccezioni di rito e di merito già prospettate innanzi al giudice di prime cure, e su cui si dirà nel prosieguo.

*          *          *

 Entrambe le impugnazioni proposte sono inammissibili ed infondate per le seguenti ragioni di

DIRITTO

I. Sul fumus boni iuris

L’esistenza del fumus boni iuris, riscontrata anche dal Giudice di prime cure, risulta evidente da un’attenta lettura di quanto esposto in punto di fatto ed in particolare in ordine al modus procedendi tenuto dalle Amministrazioni - MIPAF e Regione Toscana - che, in sede nazionale, erano competenti a valutare le domande di riconoscimento dell’IGP “Lardo di Colonnata”, da registrare poi in sede comunitaria.

Il TAR Toscana, in particolare, ha ritenuto prevalente il dedotto difetto di contraddittorio nei confronti del Consorzio, vizio che, sotto il profilo sostanziale, si è tradotto in un macroscopico difetto di istruttoria, non avendo le Amministrazioni procedenti tenuto in alcun conto gli apporti conoscitivi (sistematicamente ignorati) prodotti dal Consorzio medesimo (quando coinvolto nel procedimento), parte dei quali provenienti da soggetti particolarmente qualificati, estranei al giudizio, e quindi incontestabilmente obiettivi ed imparziali, la cui considerazione avrebbe necessariamente condotto all’adozione di ben altri, e questa volta legittimi, provvedimenti amministrativi.

Il difetto di contraddittorio, e ad un tempo di istruttoria, ha dunque caratterizzato l’intero procedimento volto al riconoscimento, in sede comunitaria, dell’IGP “Lardo di Colonnata”.

In particolare esso ha caratterizzato sia la fase procedimentale svoltasi presso la Regione Toscana, sia la successiva e conseguente fase presieduta dall’Amministrazione centrale.

I.1 Quanto alla prima fase va, infatti, ricordato che la Regione (cui il MIPAF aveva inviato in data 26.2.2001, ovvero oltre  9 mesi dopo la sua ricezione, la domanda del Consorzio) emise il parere “non favorevole” (decreto n.1548 del 27.3.2001) su detta istanza senza nemmeno avere acquisito la documentazione integrativa prodotta dallo stesso (il 10.4.2001); documentazione, peraltro, resasi necessaria solo a fronte delle prescrizioni contenute nella circolare n.4/2000, emanata dal MIPAF successivamente alla presentazione dell’istanza da parte del Consorzio (quest’ultima del 2.6.2000, mentre la circolare è del 28.6.2000 e pubblicata in G.U. solo il 14.8.2000).

Ora, premesso e ribadito che il Consorzio non era incorso in alcuna decadenza in ordine alla produzione documentale (stante l’inapplicabilità della circolare alla precedente istanza del Consorzio e stante, in ogni caso, l’assenza di norme prescriventi la decadenza – tant’è che la stessa non è mai stata eccepita da alcuno), va rilevato che tale mancata acquisizione della documentazione integrativa da parte delle Amministrazioni procedenti – del tutto ingiustificata ed illegittima - ha, di fatto, condizionato negativamente l’intero procedimento.

Ed invero, alla luce di tali documenti integrativi, ovvero alla luce di un aperto e sostanziale contraddittorio con il Consorzio, ed all'esito di un'istruttoria completa, sarebbe stato possibile eliminare all’origine gli errati presupposti di fatto arbitrariamente assunti come veritieri dall’Amministrazione (nota interna del MIPAF indirizzata alla Regione in data 26.2.2001), ed in particolare:

i) che l’istanza originariamente presentata dal Consorzio con la documentazione ivi allegata non era “coerente con le finalità del Reg. CEE 2081/92” (affermazione che verrà acriticamente riportata, senza alcuna motivazione, nei successivi provvedimenti della Regione, ed in particolare nella nota del 22.3.2001 e nel decreto n.1548 del 27.3.2001, per poi definitivamente quanto significativamente scomparire negli atti successivi), in quanto il Consorzio nel proporre la “standardizzazione dei processi di stagionatura” e “modificazioni tali da far ottenere un prodotto finale con caratteristiche organolettiche più idonee alla domanda di nuovi mercati”,  avrebbe inteso (secondo l’unilaterale interpretazione dell’Amministrazione) industrializzare la produzione del lardo a discapito, quindi, dei metodi di produzione artigianali;

ii) che il territorio di produzione del lardo di Colonnata coincide con il solo borgo di Colonnata, frazione del Comune di Carrara.

Ora, fermi restando tutti i motivi di impugnazione proposti innanzi al TAR Toscana avverso il decreto del 27 marzo 2001 (parere non favorevole della Regione) e avverso le due precedenti note sopra citate (in particolare difetto di motivazione; cfr. ricorso introduttivo Rg.1503/01 e le censure ivi dedotte da intendersi qui di seguito integralmente riportate e reiterate), ciò che preme – in primo luogo - ribadire in questa sede è che tanto la prima, quanto la seconda affermazione sono del tutto errate e destituite di fondamento.

I.1.2 L’argomentazione sub i), in tutto due righe, addotta dal Ministero e presa implicitamente a prestito dalla Regione, è stata estrapolata in modo irrazionale ed illogico dalla documentazione (in totale quasi cinquanta pagine) allegata dal Consorzio alla originaria domanda di riconoscimento dell’IGP, composta dalla relazione tecnico-illustrativa, dallo statuto, dall’atto costitutivo del Consorzio e dal disciplinare di produzione.

Sarebbe bastata una lettura un po’ più attenta di tali documenti per rendersi conto che l’istanza del Consorzio era pienamente rispettosa non soltanto dei principi e delle finalità del Regolamento comunitario n.2081/92, ma anche di ogni singola disposizione che lo compone e di ogni altra norma vigente nello specifico settore.

Ed invero, la semplice lettura dello Statuto del Consorzio sarebbe stata sufficiente a mettere in evidenza l’erroneità della contestazione secondo cui il Consorzio non avrebbe intenzione di rispettare le tradizionali tecniche di lavorazione e di produzione del lardo.

L’art. 2 dello Statuto, infatti, indica espressamente e chiaramente tra i compiti e le finalità del Consorzio:

a) la tutela, la promozione, la valorizzazione del lardo di Colonnata, unitamente agli altri prodotti di salumeria tradizionali e tipici delle Alpi Apuane e delle relative denominazioni d’origine o indicazioni geografiche (DOP e IGP), anche ottenendone il riconoscimento ai sensi e per gli effetti di quanto disposto dal Reg. CEE 14.7.1992 n.2081, entro i limiti territoriali accertabili negli usi e consuetudini locali;

b) la vigilanza sulla produzione del Lardo di Colonnata e degli altri salumi tipici delle Apuane, al fine di salvaguardarne le caratteristiche particolari, e sul corretto uso delle relative denominazioni;

c) la promozione e la diffusione del consumo e della conoscenza del lardo di Colonnata in Italia ed all’estero, anche per assicurarne la valorizzazione commerciale;

d) la presentazione di domande di registrazione del lardo di Colonnata, ai sensi dei regolamenti CEE e delle norme di tutela nazionali, assumendo tutti i provvedimenti e le azioni per assicurarne il completo rispetto;

e) la predisposizione e la modifica dei disciplinari di produzione del lardo di Colonnata, assumendo qualsiasi iniziativa e svolgendo qualsiasi attività funzionale ed utile al fine della sua tutela a livello nazionale e/o comunitario;

f) il supporto ai Consorziati con un’adeguata informazione sugli obblighi normativi, sul rispetto dei disciplinari, anche favorendo lo sviluppo di un sistema di autocontrollo mirato all’attuazione di un sistema di qualità...

Inoltre, sempre al fine di verificare gli effettivi intenti del Consorzio, sarebbe stata illuminante – se adeguatamente letta - anche la relazione tecnico-illustrativa allegata (anch’essa sin dall’origine) dal Consorzio, nella quale si legge che:

- “Nonostante il trascorrere del tempo e i progressi della tecnologia, le varie fasi preparatorie del “Lardo di Colonnata” a livello artigiano rimangono legate ai metodi tradizionali. A tutela della tradizione e della tipicità della salumeria apuana è sorto il “Consorzio per la tutela dei salumi tipici delle Apuane”, per iniziativa delle Aziende produttrici di “Lardo di Colonnata”;

- la lavorazione e produzione del lardo “è costituita da salumifici a gestione prevalentemente familiare e, da un punto di vista dimensionale, appare, quindi, una netta predisposizione del comparto alle produzioni tipiche e non alle grandi economie di scala, cui sono normalmente proiettati impianti industriali di maggiori dimensioni” e che,

- “al fine di non perdere la tipicità e la qualità del “Lardo di Colonnata”, il Consorzio si propone di mantenere un limite massimo di produzione, onde evitare categoricamente la possibilità di insediamento di produzioni industriali capaci di stravolgere le caratteristiche originali e storiche del prezioso salume” (cfr. pagg. 6 e 7 del disciplinare di produzione).

Quanto poi alla paventata “modernizzazione delle caratteristiche organolettiche” del lardo, ancora una volta sarebbe stato sufficiente leggere il disciplinare, nel quale il Consorzio esprimeva con chiarezza la necessità di rispettare e salvaguardare quelle più tipiche e tradizionali. Secondo l’art.6, infatti, dette caratteristiche sono tali da garantire “una consistenza morbida, vellutata e non oleosa, un aspetto al taglio compatto, di colore bianco o bianco-rosato, un profumo delicato, fragrante, con tipico aroma delle erbe aromatiche e finemente speziato ed un gusto elegante, dolce, moderatamente saporito”. Il tutto, appunto, nel rispetto della più antica tradizione.

Da tali documenti, dunque, emergeva con chiarezza e sin dall’inizio il pieno rispetto sia dello “spirito” che delle “finalità” del regolamento comunitario, sicché le conclusioni prospettate alla Regione dal MIPAF, peraltro esclusivamente e significativamente in termini dubitativi, non solo erano macroscopicamente in contrasto con le risultanze dei documenti (originariamente) prodotti, ma erano comunque tali da dover – quanto meno - indurre la Regione ad un più approfondito ed accurato esame di tutta la documentazione in suo possesso, nonché ad instaurare un contraddittorio sostanziale con il Consorzio, soprattutto in considerazione della dedotta (da parte della Regione medesima) non rispondenza della documentazione ricevuta alle “condizioni previste dalla circolare 4/2000 del M.I.P.A.”, ritenuta carente nei contenuti (rispetto a quelli prescritti dalla circolare).

La Regione, quindi, ricevuta la nota (negativa e dubitativa) del Ministero del 26.2.2001 e tenuto conto della sopraggiunta circolare n.4/2000 (successiva alla presentazione dell’istanza del Consorzio), prima di emettere sic et simpliciter parere non favorevole sull’istanza del Consorzio, avrebbe dovuto – oltre che esaminare attentamente la documentazione in suo possesso- (chiedere ed) acquisire la documentazione ritenuta mancante (immediatamente prodotta dal Consorzio), nella quale, fra l’altro, veniva spiegato chiaramente che l’espressione “standardizzare i processi di produzione” non ha altro significato se non quello di cercare “di individuare le regole affinché il prodotto sia lavorato e stagionato in modo pressoché uniforme, al fine di garantire che le sue caratteristiche organolettiche non subiscano notevoli cambiamenti ad ogni stagionatura a discapito proprio della sua tipicità e delle sue peculiarità, che lo rendono unico... E’, infatti, indispensabile applicare regole che garantiscono al consumatore finale un prodotto estremamente tipico, ma anche ineccepibile dal punto di vista igienico e sanitario. Questa non è industrializzazione, ma ricerca di regole a difesa della qualità artigianale e, soprattutto, della tipicità di questo prodotto, a difesa del suo territorio di produzione e della sua vera storia” (cfr. doc. 13 ivi) .

A conferma di quanto sostenuto dal Consorzio, stanno anche le considerazioni espletate dal C.T.U. (nel giudizio penale) Prof. Tateo (pagg. 7-14 della perizia – doc. 111 ivi) e quelle svolte dalla difesa del Consorzio nell’ultimo ricorso per motivi aggiunti notificato nel dicembre 2003 (pagg. 6-11); documenti ed atti ai quali integralmente si rinvia.

I.1.3 Altro argomento sostenuto dall’Amministrazione centrale (sempre nella nota interna del 26.2.2001) e "dato per buono” dall’Amministrazione locale (peraltro nella sola nota del 22.3.2001, laddove afferma che “sono carenti i riferimenti alla zona specifica di produzione, gli elementi che comprovano il legame con l’ambiente, gli elementi che comprovano l’origine del prodotto"), è quello riguardante l’individuazione del territorio di produzione del lardo di Colonnata.

L’argomento, in sostanza, è stato il seguente: poiché il lardo in esame si chiama “di Colonnata”, la zona di produzione originaria non può che essere il borgo, la frazione di Colonnata.

Ed invero, se la Regione si fosse peritata di approfondire il contenuto della documentazione già in suo possesso, ovvero di consultare la relazione tecnica integrativa prodotta dal Consorzio (successivamente alla nota della Regione del 22.3.2001), essa avrebbe appreso che la frazione di Colonnata non è mai stata né il territorio nel quale il lardo viene tradizionalmente prodotto, né tanto meno l’unico territorio.

Premesso infatti che – e sul punto non v’è contestazione – la denominazione del lardo non deriva dalla località nella quale esso è prodotto, ma dalla località di provenienza del materiale con cui sono realizzati i contenitori nei quali esso viene conservato (conche di marmo estratte dalle cave dei canaloni di Colonnata), il COnsorzio ha presentato la documentazione dalla quale si evince, in particolare, che la produzione del lardo cd di Colonnata nei Comuni di Carrara, Massa e Montignoso risale nel tempo, che le tecniche di lavorazione e di stagionatura del lardo prodotto a Colonnata e negli altri territori delle Alpi Apuane non presentano differenze e che le condizioni climatiche riscontrabili nel borgo di Colonnata non presentano particolarità tali da incidere sulle caratteristiche organolettiche del prodotto. Inoltre, a dimostrazione che l'attività di produzione di lardo è da tempo radicata nei Comuni di Carrara, Massa e Montignoso e che, per converso, tale attività si è sviluppata solo di recente nel borgo di Colonnata, è stata fornita la certificazione USL 1 di Massa Carrara dalla quale si evince che nella frazione di Colonnata non sono praticamente mai esistiti allevamenti di suini e, soprattutto, che prima del 1996 non è mai stato autorizzato nessun laboratorio per la lavorazione della carne di suino ed oggi detti laboratori sono soltanto una dozzina.

Nel comprensorio Apuano indicato dal Consorzio, ricomprendente il territorio dei Comuni di Carrara, Massa e Montignoso, risultano invece più di 200 allevamenti di suini e numerosi laboratori autorizzati alla lavorazione, la maggior parte dei quali da circa 40 anni (in base alla l.n.283/1962) e cinque da circa 20 anni.

Ne consegue che non era in alcun modo possibile ritenere quale zona di esclusiva produzione del lardo quella della sola frazione colonnatese, considerato anche che il Consorzio (oggi) resistente ha fornito e fornisce il proprio lardo addirittura anche alle aziende ed agli alimentari della medesima frazione di Colonnata, impossibilitata a garantire – per quanto sopra rilevato – un quantitativo di prodotto in grado di soddisfare la crescente domanda (si rileggano le varie fatture acquisite agli atti del giudizio di primo grado e mai contestate dalle aziende dell’Associazione: cfr. docc. 17 e 29 ivi).

Il fatto poi che nell’Elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Regione Toscana (doc. 11 ivi) il territorio di Colonnata sia stato indicato come unico territorio di produzione del lardo (così si legge nella nota MIPAF del 26.2.2001), è circostanza del tutto inidonea a confutare i dati (e relativa documentazione) allegati dal Consorzio, posto che l’Elenco in esame ha valore meramente informativo-dichiarativo e non costitutivo, non foss’altro per la circostanza che si tratta di elenco che la Regione appresta dietro semplice domanda dei soggetti interessati e sulla base, quindi, delle sole indicazioni dai medesimi fornite (come dimostra anche la richiesta di modifica del suddetto elenco inoltrata dal Consorzio molto tempo prima dell’adozione degli atti impugnati e nella quale il territorio di produzione non è più limitato alla frazione di Colonnata, ma è costituito dal più ampio comprensorio dei tre comuni apuani).

Alla luce di tali incontestabili considerazioni, dunque, risulta del tutto illegittimo il collegamento del prodotto alla località della quale porta il nome, dovendosi necessariamente farsi riferimento – ai fini del riconoscimento della tutela di cui si tratta - alla zona di effettiva produzione dello stesso (sul punto si rinvia alla copiosa giurisprudenza allegata in primo grado, ed in particolare a Cons. St. Sez. VI, 30.10.2000, n.5798 in ordine alla riconosciuta possibilità di produrre l’aceto balsamico di Modena anche al di fuori della Provincia di Modena e, in specie, anche in quella di Reggio Emilia; nonché Corte di Giustizia 14.12.2000, causa C-99/99 Repubblica Italiana / Commissione delle Comunità Europee, in relazione al riconoscimento della D.O.C. al luogo in cui si trova il frantoio nel quale le olive vengono spremute e non già al luogo in cui le olive vengono coltivate e nella quale viene affermato che: “non si può trarre dalla normativa invocata dal governo italiano un principio generale in base al quale l’origine dei vari prodotti agricoli debba essere inderogabilmente e uniformemente fissata in funzione della zona geografica in cui questi ultimi sono coltivati”).

I.2 I vizi di legittimità dei provvedimenti adottati durante la fase regionale, ed in particolare il difetto di contraddittorio ovvero di istruttoria che ha caratterizzato l’adozione del parere non favorevole sull’istanza del Consorzio, si sono automaticamente trasfusi ed irrimediabilmente aggravati nella successiva fase procedurale innanzi al MIPAF, peraltro caratterizzata da ulteriori ed autonomi profili di illegittimità, di volta in volta censurati dal Consorzio con i ricorsi autonomi e per motivi aggiunti presentati al TAR Toscana (ed ai quali si fa ogni più ampio rinvio).

Anche in questa fase del procedimento (in cui il MIPAF, alla “luce” del parere ottenuto dalla Regione, avrebbe dovuto individuare il soggetto legittimato ad ottenere in sede comunitaria il riconoscimento dell’IGP, con verifica dell’effettivo possesso dei requisiti previsti dal Regolamento n.2081/92, con risoluzione degli eventuali dissensi comunque manifestati alla richiesta di registrazione e, da ultimo, con notifica alla Commissione europea della richiesta di registrazione dell’IGP) la partecipazione del Consorzio istante è stata in parte assente ed in parte meramente formale. Non certo per carenza di attivazione e/o responsabilità del Consorzio.

Ed invero l’Amministrazione centrale, acquisito l’illegittimo parere negativo reso dalla Regione, ignorando completamente la documentazione sino ad allora prodotta dal Consorzio – esaminata in origine, per quanto sopra detto, in modo superficiale e negletto-, assumeva ancora una volta a (errato) presupposto della sua determinazione che il “lardo di Colonnata” è, per definizione, prodotto tipico della sola Colonnata, sicché la domanda del Consorzio avrebbe potuto essere accolta solo se nel comprensorio territoriale da questo indicato fossero state presenti “le stesse condizioni caratterizzanti il comprensorio di Colonnata” (cfr. nota MIPAF del 24.10.2001). Ciò postulato, la P.A. passava ad esaminare le differenze riscontrate nella documentazione prodotta dal Consorzio rispetto a quella, per definizione valida, dell’Associazione, concludendo ovviamente, stante la sussistenza di alcune differenze, per l’inaccoglibilità della domanda del Consorzio.

Ora, fermi restando tutti i vizi di illegittimità proposti avverso tale provvedimento innanzi al Giudice di prime cure, da intendersi riaffermati anche in questa sede (cfr. ricorso per motivi aggiunti del 18.12.2001), e ribadito quanto sopra esposto in ordine sia all’origine del nomen del lardo (derivante dalle conche di marmo), sia in ordine alla non riconducibilità (quantomeno non in via esclusiva) della produzione in esame al borgo di Colonnata, risulta del tutto evidente l’errore di prospettiva commesso ab origine dal Ministero procedente, che avrebbe dovuto, al contrario, prescindere completamente dal nome tradizionalmente utilizzato per individuare il lardo de quo e limitarsi a verificare, attraverso un attento esame della documentazione prodotta, quali fossero i luoghi nei quali effettivamente, per tradizione, veniva prodotto il salume qualificabile “lardo di Colonnata”. Se ciò avesse fatto, avrebbe appreso che la produzione del lardo di Colonnata, stagionato nelle apposite conche di marmo bianco, è in realtà tipica, da tempo immemorabile, dell’intero comprensorio apuano e non della sola Colonnata (come confermato dalla presenza, presso tutto il comprensorio, di conche di marmo di Colonnata, risalenti nel tempo, cfr. doc. in atti e, tra questi, anche il censimento delle conche di marmo commissionato dal Comune di Massa –doc. 80 ivi).

A tale falso presupposto (originato, giova ricordarlo, dalla superficiale istruttoria fino ad allora espletata e dalla mancanza di contraddittorio con il Consorzio resistente), si è aggiunto un ulteriore autonomo profilo di illegittimità del (provvedimento e del) procedimento, posto che l’Amministrazione, avendo rilevato le differenze climatiche e delle discipline produttive proposte dai due soggetti richiedenti la tutela, assumeva del tutto arbitrariamente e senza aver espletato alcuna indagine istruttoria che le differenze riscontrate fossero effettivamente rilevanti ed in grado di incidere sulla tipicità del prodotto e sulla sua identificabilità quale “lardo di Colonnata”.

Che le cose non stessero in quei termini il Consorzio ha provato a dire, con la documentazione sino a quel momento prodotta ed anche con le memorie (e annessa documentazione) depositate nel giudizio di primo grado già pendente (e nel quale l’Amministrazione si era costituita), ma ancora una volta il MIPAF ha ignorato completamente quanto osservato dal Consorzio nelle diverse sedi, disconoscendo che in tutto il comprensorio apuano (e non solo nel borgo di Colonnata) si produceva, storicamente, e si produce oggi lardo di Colonnata e ciò in quanto in tutto il comprensorio sussistono le stesse condizioni caratterizzanti il prodotto.

Conferma di ciò, peraltro, è risultata non solo (e addirittura) dalla documentazione prodotta dalla stessa Associazione controinteressata - che aveva commissionato uno studio apposito al Prof. Carlo Cantoni e alla Dott.ssa Patrizia Cattaneo (e sul punto si rinvia alle pagg. da 31 a 34 del ricorso per motivi aggiunti del 18.12.2001 e ai docc. 31 e 53 ivi) – ma anche, e soprattutto, dalle perizie depositate nel giudizio penale (cui s’è accennato in punto di fatto) ed elaborate da CC.TT.UU. esperti in materia (climatologia e scienze alimentari), i quali, in sostanza, hanno riscontrato e confermato la totale e certa irrilevanza, ai fini della tipicità del lardo, delle minime differenze climatiche che sussistono nel comprensorio apuano (borgo di Colonnata compreso), nonché la totale e certa irrilevanza di tali minime differenze riscontrate nei disciplinari proposti  e nelle tecniche di produzione.

Ma sul punto si tornerà nel prosieguo.

I.2.1 Il procedimento a questo punto, avendo il MIPAF individuato nell’Associazione l’unico soggetto legittimato ad ottenere il riconoscimento dell’IGP, proseguiva in completa assenza di contraddittorio con il Consorzio. E ciò, a dire dell’odierna appellante, in quanto il Consorzio non poteva più considerarsi nemmeno soggetto controinteressato.

Ora, a parte il fatto che lo stesso MIPAF, nel provvedimento del 24.10.2001, riconosceva che “il Consorzio medesimo potrà intervenire nel procedimento amministrativo fornendo ogni altro documento utile allo svolgimento del processo” – riconoscendogli così quella veste di soggetto direttamente “interessato” che oggi gli viene negata – non può revocarsi in dubbio che il Consorzio aveva tutto l’interesse (ed anzi era l’unico ad avere un interesse concreto personale e diretto) a verificare che l’Associazione avversaria fosse effettivamente in possesso di tutti i requisiti richiesti dal regolamento comunitario ai fini dell’ottenimento dell’IGP, avendo presentato anch’esso, e – addirittura - prima dell’Associazione avversaria, la domanda per la registrazione della medesima IGP.

Ed invece l’Amministrazione non solo non ha provveduto ad invitare il Consorzio alla riunione di pubblico accertamento che si sarebbe svolta a Colonnata (a tale incombenza, peraltro, provvide con estremo ritardo la stessa Associazione avversaria), ma, ben più gravemente, ha ignorato del tutto (del resto in coerenza con tutto il precedente illegittimo operato), il contenuto delle osservazioni–opposizioni presentate in quella sede in merito al disciplinare dell’Associazione, così come ha ignorato, more solito immotivatamente (rectius: con motivazione postuma del tutto inappropriata e pretestuosa: cfr. nota MIPAF del 18.9.2002, prot. n. 64971: doc. 85 ivi) quelle presentate, come consentito dalla circolare n. 4/2000, avverso la pubblicazione del (parere favorevole al) disciplinare stesso avvenuta in G.U. n.127 del 1.6.2002 (docc. 76, 77, 78, 79 e 84 ivi).

E che il Consorzio fosse, anche in questa fase del procedimento, contraddittore necessario dell’Amministrazione, è dato che risulta agevolmente sol che si rifletta sulla natura e sull’articolazione del procedimento in esame.

I.1.2.1 Ed invero, il procedimento per ottenere la registrazione di una denominazione di origine ha natura composta, articolandosi in due distinte fasi: una puramente nazionale e l’altra, ad essa successiva, di natura comunitaria, che prelude all’emanazione del provvedimento definitivo volto ad accordare la tutela richiesta.

Gli atti adottati nella fase nazionale, peraltro, assumono valore condizionante sul seguito della procedura innanzi alla Commissione europea, la quale, giova rilevarlo, non affronta nel merito la richiesta di registrazione ma si limita, prima di procedere alla registrazione della denominazione, a “verificare, da un lato, che il disciplinare che accompagna la domanda sia conforme all’art.4 del regolamento n.2081/92, vale a dire che esso contenga gli elementi richiesti e che tali elementi non siano viziati da errori manifesti, e, dall’altro, sulla base degli elementi contenuti nel disciplinare, che la denominazione soddisfi i requisiti di cui all’art.2, n.2 lett. a) o lett. b), del regolamento n.2081/92” (cfr. Corte di Giustizia, sent. 6.12.2001, in causa C-269/99, Kuhne, punto 54).

Ora, nella misura in cui gli atti nazionali oggetto d’impugnazione vincolano di fatto la Commissione europea e delineano i termini della decisione che deve essere emanata da quest’ultima, è necessario che un adeguato sindacato giurisdizionale sia esercitato in sede nazionale, onde evitare che un’eventuale illegittimità degli atti amministrativi nazionali possa ripercuotersi sul provvedimento comunitario finale, nei cui confronti non sarebbe esperibile alcun rimedio giurisdizionale (cfr. ordinanza del Tribunale di primo grado, 9.11.1999, in causa T-114/99, CRS Pampryl, con la quale è stata dichiarata l’irricevibilità di un ricorso d’annullamento avverso il regolamento comunitario che aveva disposto la registrazione della denominazione protetta).

In proposito, la Corte di Giustizia ha ricordato come l’esigenza di un sindacato giurisdizionale derivi dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri e sia stato sancito dagli artt. 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (sent. 3.12.1992, in causa C-97/91, Oleificio Borelli). Detta esigenza deve essere rispettata, secondo i Giudici comunitari, anche nei confronti di un atto, come la domanda di registrazione, che rappresenta una tappa necessaria del procedimento di adozione di un atto comunitario, dal momento che, come s’è detto, le istituzioni comunitarie dispongono in materia di un margine di valutazione limitato o inesistente (sentenza Kuhne cit., punto 57).

A livello comunitario, peraltro, è oramai consolidato il principio secondo cui spetta ai giudici nazionali “statuire sulla legittimità di una domanda di registrazione di una denominazione ..., conformemente alle modalità di controllo giurisdizionali applicabili a qualsiasi atto definitivo che, emanato dalla stessa autorità nazionale, possa incidere sui diritti che derivano ai terzi dal diritto comunitario, e di conseguenza considerare ricevibile il ricorso proposto a questo scopo, anche se le norme procedurali nazionali non lo prevedono in un caso del genere” (sent. Kuhne cit., punto 58, nonché, in termini, ordinanza 30.1.2002, causa C-151/01 P, La Conqueste).

Inoltre, nelle conclusioni dell’Avvocato generale Jacobs relative alla citata causa Kuhne, è precisato ancor più chiaramente che la procedura nazionale che precede l’invio alla Commissione da parte dell’autorità competente della domanda di registrare una denominazione deve assicurare che i terzi che abbiano un interesse legittimo abbiano l’opportunità di presentare le loro obiezioni alla domanda proposta e che abbiano un mezzo di ricorso interno contro qualunque domanda inoltrata senza rispettare tale esigenza.

Alla luce di tali considerazioni, e tenuto altresì conto di quanto previsto nella circolare n. 4/2000 –secondo cui l’amministrazione, prima di procedere alla notifica alla Commissione della richiesta di registrazione con relativa documentazione, deve “aver risolto eventuali dissensi” – deve ritenersi che sull’Amministrazione procedente, ovvero sul MIPAF, incombeva un preciso onere di instaurare, o comunque di mantenere, il contraddittorio con il Consorzio - ancora interessato ad ottenere la registrazione - ed in particolare di tenere conto, adeguatamente valutare ed anche scrupolosamente riscontrare le puntuali osservazioni, tutte corredate da importanti ed autorevoli studi scientifici, presentate dal Consorzio stesso (ma anche da terzi) in ordine al disciplinare dell’Associazione, ricorrendo necessariamente anche ad una nuova e più penetrante istruttoria, allo scopo (dichiarato nella circolare n. 4/2000) di risolvere ogni dissenso e dissipare ogni dubbio prospettato dai produttori nazionali, prima di dare avvio alla fase comunitaria, nella quale, altrimenti, quei dubbi e dissensi sarebbero rimasti, in via definitiva, illegittimamente irrisolti ed occultati.

Quanto appena rilevato, dunque, se per un verso conferma l’ammissibilità di tutte le impugnazioni sino ad oggi proposte dal Consorzio (e – per converso - la pretestuosità delle connesse eccezioni avanzate dall’Associazione), stante la riconosciuta impugnabilità, nella materia in esame, degli atti endoprocedimentali e ciò anche laddove non espressamente prevista dall’ordinamento interno (ci si riferisce in particolare alla giurisprudenza comunitaria sopra citata, sentenza della Corte 3.12.1992, in causa C-97/91 Oleificio Borrelli), dall’altra, e per quanto qui di interesse, dà anche ragione della qualità di controinteressato certamente da riconoscere al Consorzio nella fase procedimentale prodromica alla pronuncia comunitaria (verifica del possesso dei requisiti in capo all’Associazione), mettendo in evidenza una volta di più l’illegittimità del procedimento per difetto di contraddittorio e di istruttoria riscontrati dal TAR Toscana con l’ordinanza impugnata.

Ed invero, non è affatto condivisibile quanto sostenuto nelle difese avversarie e cioè che il Consorzio, una volta “scelta” dal MIPAF la domanda da inviare alla Commissione europea, non aveva alcun interesse a partecipare “alle fasi ulteriori” del procedimento, posto che il suo unico interesse era quello di ottenere anch’esso il riconoscimento dell’IGP: interesse che, a detta degli appellanti, non verrebbe affatto leso dalla concessione dell’IGP all’Associazione avversaria, poiché quella (concessione) non arrecherebbe alcun danno diretto al Consorzio, se non quello “previsto e voluto dal sistema” a difesa dei consumatori.

Premesso, innanzi tutto, che il MIPAF, contrariamente a quanto ex adverso assunto, non poteva presentare alla Commissione europea due domande di riconoscimento del medesimo IGP (è espressamente detto nella sua nota del 24.10.2001), sicché il Consorzio non potrebbe ottenere “anch’esso” e ”a propria volta” il riconoscimento, non può farsi a meno di rilevare che dall’accoglimento delle osservazioni del Consorzio (che mettevano in evidenza, in sostanza, la non conformità del disciplinare dell’Associazione ai requisiti richiesti dal regolamento comunitario, ed in particolare, fra gli altri, quelli riguardanti l’origine ed il collegamento, in via esclusiva, del lardo alla zona geografica di Colonnata), sarebbe derivato, in via automatica, l’accoglimento della domanda del Consorzio medesimo, posto che, accolte le fondate osservazioni, il riconoscimento dell’IGP avrebbe dovuto riguardare l’intero comprensorio apuano (frazione di Colonnata compresa), tutelando così, senza possibili ulteriori conflitti, le ragioni di entrambi i soggetti legittimati ad ottenere la tutela richiesta.

Ed invero il riconoscimento della tutela provvisoria alla sola Associazione – che, come pure riconoscono gli appellanti, ha come effetto di consentire l’utilizzo dell’IGP solo al lardo prodotto a Colonnata – non ha niente a che fare con il danno, giustificato, “previsto dal sistema a tutela dei consumatori”, posto che detto riconoscimento, in quanto illegittimamente ed immotivatamente limitato all’area di produzione della sola Colonnata, arreca un danno contra ius, del tutto ingiustificato, che si ripercuote, oltre che sul Consorzio resistente (e sul punto si rinvia a quanto si dirà avanti sub II.), anche sui consumatori, su cui inevitabilmente verrebbe a gravare il maggior costo del “lardo di Colonnata” connesso alle minori quantità che, per forza di cose (limitatissima zona di produzione), potranno essere immesse in commercio; e senza che, ovviamente, a tale aggravio corrisponda una effettiva ragione.

Infine, per quanto riguarda più specificatamente il d.m. 6.11.2003, è difficilmente contestabile per il Consorzio, in quanto unico soggetto diverso dall'Associazione ad aver presentato una domanda di registrazione di un'IGP afferente il Lardo di Colonnata, aveva interesse a partecipare al procedimento conclusosi con l'adozione del decreto in parola. Sul punto, l'illegittimità dell'istruttoria posta in essere dal MIPAF in vista dell'adozione del decreto discende da un'attenta lettura dell'art. 5, n. 5, del reg. 2081/92 il quale, nell'attribuire allo Stato membro la facoltà di accordare una protezione nazionale transitoria alla denominazione, dispone che esso possa, se del caso, anche riconoscere un periodo di adeguamento alle imprese che commercializzino da un certo numero di anni il prodotto utilizzando la denominazione oggetto della domanda di registrazione. E aggiunge che tale periodo di adeguamento deve decorrere dalla data della trasmissione della domanda alla Commissione Europea. Proprio in ragione della complessità del caso, il MIPAF, se avesse adeguatamente valutato gli interessi in gioco e avesse a tale fine consentito al Consorzio di partecipare al procedimento de quo, avrebbe dovuto in via precauzionale accordare un periodo di adeguamento ai produttori del Consorzio contestualmente alla concessione della protezione transitoria. In chiaro ed inequivocabile indirizzo in tal senso viene fornito dal quarto "considerando" del regolamento n. 535/97 nel quale viene precisato che "al fine di risolvere eventuali conflitti tra i produttori di uno Stato membro, quest'ultimo può accordare, se del caso e a livello nazionale, un periodo transitorio che deve essere ulteriormente confermato da una decisione comunitaria".

Ora, è sin troppo evidente che il MIPAF, concedendo la protezione transitoria senza accordare altresì un periodo di adeguamento in favore del Consorzio, nonostante il conflitto in essere tra quest'ultimo e l'Associazione, è andato al di là di quanto previsto dal Regolamento comunitario. D'altra parte, il MIPAF non avrebbe rivenuto difficoltà alcuna nel riconoscere come unico beneficiario del periodo di adeguamento il Consorzio che, si badi bene, in nessun caso poteva essere confuso con altri produttori di lardo definito di Colonnata che non abbiano sede nel comprensorio Apuano.  Il MIPAF pertanto avrebbe dovuto informare il Consorzio al fine di consentirgli di partecipare al procedimento di concessione della protezione transitoria, come peraltro correttamente rilevato dal giudice di prime cure (o, in alternativa, avrebbe dovuto accordarlo automaticamente). 

I.2.2. Ad ulteriore conferma e dimostrazione del fatto che se l’Amministrazione avesse correttamente ed adeguatamente istruito il procedimento in questione sarebbe arrivata a concedere la tutela al lardo di Colonnata prodotto nell’intero comprensorio apuano (essendo chiamata ad espletare non già una valutazione di merito, come erroneamente sostiene controparte, bensì una valutazione di tipo tecnico discrezionale, censurabile, nei limiti in cui il Consorzio l'ha censurata, dal G.A.), stanno anche le CC.TT.UU. acquisite nel procedimento penale promosso dall’Associazione nei confronti del Consorzio medesimo (cfr. sub punto 10 in fatto), ben note all’Amministrazione (sia perché immediatamente versate nel giudizio di primo grado – docc. 107 e 111 ivi, sia perché allegate all’opposizione presentata dal Consorzio nel dicembre 2003 alla domanda IGP pubblicata sulla G.U.C.E. del 5.6.2003) e semplicemente ignorate. Esse non rilevano in quanto emesse all'interno di un processo penale ed in riferimento ad un'ipotesi criminosa; rilevano, al contrario, in quanto contengono e rappresentano obiettivi elementi di fatto e pertinenti considerazioni tecnico-scientifiche: come tali non potevano essere ignorate. L'averlo fatto è sintomo d'eccesso di potere. Si tratta, all’evidenza, di documenti di indubbia ed indiscutibile autorevolezza, frutto dello studio e della ricerca di esperti di riconosciuta fama e competenza, nominati da un giudice e, quindi, assolutamente imparziali ed al di sopra di qualsiasi logica di parte.

Pur rinviando, per motivi di economicità, alla lettura dell’intero contenuto delle due perizie che certamente i Giudici dell’Ecc.mo Collegio effettueranno, non può mancarsi – anche in questa sede - di riportare alcuni passi salienti della perizia del Prof. Tateo.

Con riferimento ai disciplinari di produzione presentati da Associazione e Consorzio, il CTU (cfr. pagg. 15-17 relazione Tateo, doc. 111 ivi) rileva che non sussiste alcuna fondamentale differenza tra i due ed aggiunge, addirittura, che non è affatto dimostrato, né documentato che tali minime "differenze possano in alcun senso avere certo e inequivocabile riscontro nei caratteri chimico-fisici ed organolettici dei prodotti finiti. Né è dimostrato né può presumersi che dal punto di vista della sicurezza d'uso i due disciplinari conducano a tipologie di prodotti di valenza diversa. Tra l'altro, sia l'Associazione Tutela Lardo di Colonnata sia il Consorzio per la Tutela dei Salumi Tipici delle Apuane vantano il rispetto della tradizione, e non il rispetto di tecnologie <<codificate>> (l'una o l'altra) inequivocabilmente in <<ricette>> certamente datate o di cui è dimostrabile il diritto all'uso esclusivo o che si identificano con quelle più in uso in epoche remote. In altre parole, non vi sono chiare dimostrazioni dall'una o dall'altra parte di <<priorità nella adozione della tecnologia più tradizionale>>, o, di <<priorità>> relative all'anno di varo delle ricette di produzione più  <<tradizionali>>, ma piuttosto si assiste ad una <<diatriba>> su citazioni storiche ..." (perizia Tateo, pagg. 15-16).

           Inoltre, alle pagg. 12-13 della sua perizia, il Prof. Tateo aveva rimarcato che "i due disciplinari sono ognuno da considerare senza alcun diritto di <<prevalenza>> sull'altro nella qualità, e nel <<diritto>> di affiancarsi e di legittimare l'uso esclusivo della denominazione appetita di <<lardo di Colonnata>>”.

           Il CTU, pertanto, ha accertato incontestabilmente che:

a) non vi sono differenze rilevanti tra i due disciplinari (ed, anzi, come si dirà infra e come si ricava incontestabilmente dalla perizia, per molti aspetti il disciplinare del Consorzio risulta addirittura superiore di quello dell’Associazione);

b) sia l'Associazione che il Consorzio vantano, in pari modo ed allo stesso titolo, il rispetto della tradizione;

c) non sussiste - né per l'Associazione, né per il Consorzio - il diritto all'uso esclusivo di "ricette" storiche;

d) nessuno dei due contendenti può vantare - rispetto all'altro - "priorità".

Con riferimento, invece, al diverso periodo di stagionatura indicato nei disciplinari (minimo sei mesi per Colonnata, minimo quattro mesi per il Consorzio), il CTU afferma che "si tratta di decisione non condizionante in modo sostanziale e tra l'altro da definire in relazione a parametri veramente oggettivi" (perizia Tateo, pag. 15).

           Per quanto riguarda la asserita “maggiore tradizione” che sarebbe stata dimostrata dall’Associazione, il CTU rileva che "sia l’Associazione tutela Lardo di Colonnata sia il Consorzio dei Salumi Tipici delle Apuane vantano il rispetto della tradizione" (perizia Tateo, pag. 15), affermando altresì che l'elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Regione Toscana, nel quale compariva come zona di produzione soltanto il borgo di Colonnata, non può avere alcun valore "per dimostrare l'uso improprio della denominazione <<lardo di Colonnata>> o di sinonimi" (perizia Tateo, pag. 17).

Con riferimento alle tecnologie di produzione il CTU ha dato ancora una volta ragione al Consorzio, affermando che non vi è differenza qualitativa tra il prodotto dei due contendenti, dal momento che ciò che - più di ogni altra cosa - conferisce allo stesso l'inimitabile tipicità e le incomparabili caratteristiche è la tecnologia di produzione artigianale. Ed essa è diffusa in tutto il comprensorio apuano e certamente non soltanto a Colonnata (cfr. perizia Tateo, pagg. 18-20).

           Il Prof. Tateo ha infatti chiarito (alla pagg. 18 della sua relazione) che "non vi è differenza qualitativa fra il prodotto del consorzio e quello dell'associazione", precisando, altresì, che "è inoltre convinzione del CTU che dal punto di vista della fattibilità, è assolutamente possibile trasformare <<lardo>>, da parte di un buon tecnologo, in modo da imitare uno specifico prodotto finito ... E' proprio per questo che occorre circoscrivere il territorio, perchè il lardo di Colonnata è imitabile" (perizia Tateo, pagg. 18-19).

           E più avanti il CTU dichiara: "Si ritiene dunque che sia vero che ciò che caratterizza un prodotto del genere in questione sia la tecnologia di produzione, ed è certo che una tecnologia produttiva artigianale è diffusa non soltanto nel paese di Colonnata. Non si può dubitare inoltre che un sistema artigianale e tradizionale sia stato rispettato da parte di altri non residenti in Colonnata" (Tateo, pag. 19).

           Per quanto concerne le conche di marmo utilizzate per la stagionatura e la conservazione del lardo, il CTU rileva (cfr. pagg. 20-23 perizia Tateo) che esse non costituiscono il fattore determinante della tipicità e delle caratteristiche del lardo, ma "solo uno dei parametri a cui occorre ottemperare in produzione qualora si voglia produrre <<lardo di Colonnata>>;  "solo uno dei dettagli operativi che può solo concorrere con numerosi altri fattori fondamentali al raggiungimento di volute condizioni di produzione" (perizia Tateo, pag. 21).

           E che anche i produttori carraresi, massesi e montignosini utilizzino (come quelli di Colonnata) conche di marmo dei canaloni di Colonnata è assolutamente pacifico: lo stesso Prof. Tateo, alla pag. 23 della sua relazione, con riferimento alla "diffusione della presenza di conche destinate alla trasformazione del lardo" la definisce "accertata come realtà di un territorio più vasto di quello del paese di Colonnata e del territorio definito dalla IGP".

           Sicché anche questo fattore, così come gli altri sopra elencati, non può costituire elemento discriminante tra le due -opposte- istanze.

           Con riferimento, infine, alle caratteristiche del prodotto, ancora più univoci e chiari si appalesano i risultati cui giunge il CTU (perizia Tateo, pagg. 23-27).

           Infatti, dopo aver opportunamente ribadito che "le produzioni degli affiliati alla Associazione e quelle degli affiliati al Consorzio sono reciprocamente imitabili", il prof. Tateo sottolinea come "anche l'accertamento analitico svolto dal CTU ... ha dimostrato che non sono evidenziabili caratteri oggettivamente e costantemente specifici per produzioni sia derivanti da larderie dell'Associazione sia da larderie del Consorzio. Né risultano indicati da alcuna delle parti i caratteri chimico fisici oggettivi e specifici da considerare ai fini di una netta distinzione" (perizia Tateo, pag. 24).

           E giunge così ad affermare che "Non v'è infatti, a conoscenza del CTU, e fino a registrazione della IGP, da difendere alcuna immagine che sia legata a diritto esclusivo d'uso di marchi e denominazioni riferibili all'origine, a diritto esclusivo di commercializzazione, al documentato maggior rispetto di tradizioni consolidate o resesi in qualche modo d'uso esclusivo da parte di alcuna delle larderie di tutta la zona riferibile a Colonnata, Massa, Carrara, Montignoso ... Non è peraltro possibile dedurre dai testi dei capitolati, che non appaiono proprio in contrapposizione, note di definite differenti tendenze: ad esempio, quanto alle materie prime è sancita comunque da ambedue i disciplinari la provenienza della materia prima da zone che nulla hanno a che fare con la indicazione geografica protetta, quale che essa divenga" (perizia Tateo, pagg. 24, 25 e 26).

           Merita inoltre riferire le osservazioni del CTU in ordine al prospettato utilizzo, da parte del Consorzio, di carni refrigerate, considerato da Ministero e Regione quale nota di demerito e di incapacità di produzione.

           E così, secondo il Prof. Tateo, "Non è assolutamente <<negativo>>, anzi, per l'immagine del disciplinare del Consorzio, l'aver considerato l'ammissibilità di carni refrigerate (tra l'altro non è una condizione, è solo una alternativa possibile), visto che non è possibile immaginare che alla imposizione <lardo deve essere lavorato fresco>> fatta nel disciplinare della Associazione possa corrispondere comunque una <<assenza di punti critici>> nel trasporto della materia prima, nel ricevimento e lavorazione primaria. Inoltre si consideri che per il Consorzio la materia prima deve essere conservata nelle fasi di deposito e trasporto da 0°C a +4°C: ma se il lardo destinato ai produttori dell'Associazione deve essere <<lavorato>> fresco, ciò non vuol dire che non debba subire il trasporto in condizioni di refrigerazione, o almeno si spera! L'aver limitato il tempo massimo che possa trascorrere dalla macellazione (72 ore) non vale assolutamente a generare nel prodotto finito caratteristiche riscontrabili oggettivamente diverse, e comunque sono indipendenti dalla zona di lavorazione. Quanto alla stagionatura, si parla correttamente nel disciplinare del Consorzio, della necessità di mantenere un corretto equilibrio termo-igrometrico: questo presupposto non fa che aggiungere valenza alla tradizione, a parere del CTU, laddove comunque risulta corretto non consentire che vi siano produzioni che per <condizioni climatiche impreviste>> (vedi quelle dell'anno in corso) anche le condizioni di stoccaggio nel Paese di Colonnata possano risultare inique o comunque non ideali ai fini del rispetto della media stimata utile quanto riguarda l'accettabilità" (perizia Tateo, pagg. 26-27).

           Pertanto, in particolari fasi del ciclo produttivo ed in presenza di condizioni climatiche particolari, l'utilizzo del sistema di refrigerazione non soltanto non può arrecare danno alcuno alla tipicità del prodotto, ma anzi è addirittura indispensabile.

           Sempre che si vogliano evitare, nel detto ciclo, "punti critici" o "condizioni inique e non ideali".

           Il CTU Tateo, inoltre, si sofferma ancora sulle caratteristiche del prodotto anche nella risposta ad altro specifico quesito postogli dal GIP (cfr. pagg. 27-31 relazione Tateo): "Gli esami analitici condotti, pur se limitati a produzioni di lardo trasformato dichiarate rappresentative della zona di produzione (Colonnata, o comprensorio di Massa, Carrara, Montignoso), non hanno consentito di identificare caratteri peculiari e differenziabili nettamente sì da far ipotizzare l'influenza specifica di fattori ambientali o dell'ambiente geografico di origine" (perizia Tateo, pag. 30). Tant’è vero che, sempre secondo il CTU, tra il lardo dei colonnatesi e quello dei produttori aderenti al Consorzio non intercorre maggior differenza di quella che intercorre tra il lardo dei singoli produttori di Colonnata: infatti, come si legge alla pag. 29 della perizia, "i lardi trasformati prodotti in quel territorio più o meno esteso sono tutti imitabili fra loro” e  “non ve ne è uno che in termini stretti sia paragonabile all'altro neanche nell'ambito di una stessa filosofia produttiva di gruppo".

           Da ultimo, e con riferimento all’asserita particolarità ed unicità del clima di Colonnata, il Prof. Tateo ha riconosciuto l'assoluta infondatezza della tesi (ovviamente sostenuta dai produttori di Colonnata e recepita acriticamente dal Ministero) (perizia Tateo, pagg. 32-34). Ed invero, con riferimento al preteso “microclima” proprio delle cantine di Colonnata, il CTU così si è espresso: "il processo di <<acquisizione di caratteri diversi da quelli del lardo come tale>> avviene in assenza d'aria. Basta richiamare l'opportunità tecnologicamente giustificata di evitare il più possibile gli <<spazi vuoti>> nello stoccaggio (e maturazione) di una gran serie di alimenti e preparazioni alimentari, al fine di evitare fenomeni che la presenza di aria genera comunque (formazione di perossidi, degradazione ed ossido-riduzione per molti principi attivi di spezie, specie se non allo stato secco, ecc.). E' possibile certamente affermare che la presenza di strati d'aria come spazio di testa, visto che l'aria non è anch'essa prodotta in Colonnata, non giova certo alle trasformazioni in questione: a meno che non vi sia chi possa opporre che la misura nella quale l'aria di Colonnata entra a costituire lo spazio di testa è mirabilmente gestita da poteri di conca, ed allora occorre proprio rinunciare a gestire scientificamente il problema" (perizia Tateo, pagg. 33-34).

           Sul punto, peraltro, anche l'altro CTU nominato dal GIP, il Dr. Barichello, ha escluso sostanziali e, comunque, determinanti differenze climatiche tra Colonnata, da un lato, e Carrara, Massa e Montignoso, dall'altro.

I.2.3 Alla luce di quanto obiettivamente accertato dai CC.TT.UU., dunque, non è sufficiente obiettare, come fanno le controparti, che le risultanze delle perizie effettuate in sede penale “sono completamente irrilevanti”, in quanto provenienti da soggetti terzi, non preposti ad effettuare l’istruttoria ed in quanto aventi come scopo quello di verificare se un determinato fatto costituisce reato.

Ed invero il procedimento di riconoscimento dell’IGP non esclude affatto che le autorità procedenti possano (e debbano in assenza di "certezze" provenienti da altra fonte) avvalersi di documentazione scientifica e tecnica, soprattutto quando la stessa proviene ed è redatta, come nel caso di specie, da esperti e scienziati di fama riconosciuta, notoria e al di sopra di ogni sospetto. Ed anzi l’avvalersi di conoscenze e competenze altamente qualificate ed obiettive volte ad accertare la verità dei fatti è tanto più necessario nei procedimenti come quello in esame, nel quale il rilascio del provvedimento conclusivo (tutela provvisoria in sede nazionale prima, e tutela definitiva in sede comunitaria poi) da un lato impone l’attenta verifica della sussistenza degli specifici requisiti richiesti dal regolamento n. 2081/92 e dall’altro lato arreca, nei confronti dei soggetti controinteressati, il prodursi di un grave danno (impossibilità di produrre con l’IGP) che è giustificato – ovvero è “di sistema” - solo ed esclusivamente nella misura in cui l’istruttoria espletata in sede nazionale sia stata effettivamente approfondita e completa.

Il fatto poi che nel giudizio penale la consulenza d’ufficio fosse volta ad accertare se il Consorzio avesse commesso il reato di frode in commercio (rectius: “vendita di prodotti industriali con segni mendaci” ex art. 517 c.p.), non rende meno credibili gli accertamenti tecnici espletati dai consulenti, volti proprio a verificare le caratteristiche -origine, provenienza e qualità– del lardo messo in commercio dal Consorzio.

Accertamenti che, come s’è detto sopra, hanno condotto a ritenere del tutto ininfluenti le differenze tra le due produzioni; differenze che, invece, il MIPAF nella nota del 24.10.2001, ha posto a fondamento del riconoscimento dell’IGP in favore dell’Associazione, la sola ad essere stata (arbitrariamente) riconosciuta quale legittimata ad ottenere la tutela nazionale (in via provvisoria) e comunitaria.

I.3  Con specifico riferimento, infine, alle eccezioni di rito nuovamente proposte dall’Associazione controinteressata (ma non dal MIPAF), se ne rileva l’intempestività e l’infondatezza.

Ed invero, non può farsi a meno di rilevare che dette eccezioni sono state ritenute completamente infondate anche dal giudice di prime cure, il quale, nell’affermare che, sotto il profilo del fumus, “il ricorso... si offre a valutazioni positivamente rilevanti in ordine ad una ragionevole previsione di esito favorevole”, ha in sostanza negato rilievo e fondamento a dette eccezioni.

In considerazione di ciò, trattandosi comunque di questioni che nulla hanno a che fare con le esigenze cautelari connesse a tale fase del giudizio, l’esame del loro contenuto dovrebbe essere compiuto nella fase di merito, sede naturale per verificare la fondatezza, anche sotto il profilo processuale, delle pretese del Consorzio ricorrente.

Di qui, allo stato, la loro intempestività.

            Ciò detto, occorre evidenziare che si tratta comunque di eccezioni palesemente infondate e dilatorie.

            I.3.1 Con la prima eccezione l’Associazione deduce (sub 3.1 della memoria) che il Consorzio ha proposto il ricorso introduttivo del giudizio avverso atti endoprocedimentali non impugnabili – ed in particolare, tra gli altri, avverso il decreto della Regione Toscana n.1548/2001 – in quanto non idonei a produrre un arresto procedimentale nei confronti del Consorzio, né “un definitivo pregiudizio degli interessi fatti valere dal medesimo soggetto”. Detto ricorso, quindi, sarebbe inammissibile e tale da determinare l’inammissibilità anche dei successivi motivi aggiunti, ed in particolare quelli del 19.7.2001 - proposti, fra l’altro, avverso la nota MIPAF del 24.10.2001, considerata da controparte atto conclusivo, per il solo Consorzio, del procedimento in questione –, in quanto notificati nel domicilio eletto dalle controparti e non già nel domicilio reale.

Inammissibili per tardività, sempre a detta di controparte, sarebbero anche i successivi motivi aggiunti del 22.7.2002 (notificati anche nei domicili reali), laddove aventi ad oggetto la nota MIPAF del 24.10.2001 (già impugnata con i motivi aggiunti precedenti); nonchè, da ultimo (eccezione sub 3.3.), il ricorso per motivi aggiunti avente ad oggetto il comunicato MIPAF pubblicato in. G.U. n.127 del 1.6.2002, relativo alla trasmissione alla Comunità europea della proposta di riconoscimento dell’IGP in favore dell’Associazione e ciò in quanto, a detta di controparte, si tratterebbe di un provvedimento che non conclude il procedimento nel suo complesso, avvenendo la conclusione solo con la registrazione della IGP da parte della Commissione CE.

            Dette eccezioni sono del tutto infondate.

            I.3.2 Con il ricorso principale (originario) il Consorzio aveva impugnato il decreto n.1548/2001 della Regione Toscana, nonché gli altri atti adottati durante la fase regionale del procedimento in questione.

            In particolare il decreto della Regione – che affermava che “l’istanza presentata dal Consorzio per la tutela dei salumi tipici delle apuane non è coerente con le finalità del Reg. CEE 2081/92 ed in particolare non rispetta le condizioni previste dalla circolare 4/2000 del MIPAF e pertanto non risulta meritevole di parere favorevole da parte della Regione toscana – recava parere “favorevole” all’istanza presentata dall’Associazione e, contestualmente, parere “non favorevole” all’istanza proposta dal Consorzio.

            Nello stesso decreto, peraltro, e per quanto qui specificamente rileva, si legge, da ultimo, che “il presente provvedimento è soggetto a pubblicità ai sensi della L.R. 9/95 in quanto conclusivo di procedimento amministrativo regionale, è pubblicato per estratto sul Bollettino Ufficiale della Regione Toscana...” e, conseguentemente, veniva trasmesso sia al MIPAF, sia all’Associazione, sia al Consorzio.

            Ora, alla luce di quanto espressamente risulta dal testo e dal contenuto di tale atto, è evidente che si tratta sia di provvedimento definitivo e conclusivo della fase regionale del procedimento - e quindi, come tale, direttamente ed immediatamente impugnabile - sia di provvedimento direttamente lesivo degli interessi del Consorzio – e quindi, ancora una volta, immediatamente impugnabile - tant’è che lo stesso ha condizionato negativamente tutto il resto del procedimento innanzi al MIPAF.

Sotto tale ultimo profilo, infatti, va evidenziato che il parere della Regione, di natura obbligatoria (come risulta dalla circolare n.4/2000), aveva altresì carattere vincolante per il Ministero procedente, posto che aveva ad oggetto valutazioni rimesse esclusivamente all’Amministrazione locale (in quanto avrebbe dovuto “contenere elementi di valutazione idonei a definire il contesto socio-economico e produttivo nel quale si collocano il soggetto richiedente ed il prodotto del quale si chiede la registrazione”; cfr. lett. B, punto 6 della circolare), sia perché, come si legge nella memoria MIPAF del 12.6.2002 (depositata in primo grado), “tutte le istanze di riconoscimento debbono essere supportate dal parere delle regioni ove ricade la zona di produzione”, ovvero, in altri termini, necessariamente sorrette dal giudizio favorevole dell’Amministrazione locale interessata. Conferma ne sia che nella nota del 24.10.2002, il MIPAF prende innanzitutto “atto del parere favorevole della Regione sulla domanda presentata dall’Associazione” – parere favorevole non ottenuto invece dal Consorzio – ed individua, quindi, espletate le ulteriori valutazioni di sua competenza, nell’Associazione stessa il soggetto legittimato ai sensi dell’art.5 del regolamento n.2081/92.

Di qui la sicura ammissibilità del primo ricorso - sia perchè proposto avverso atto conclusivo di una fase procedimentale, sia, ed alternativamente perchè atto direttamente ed immediatamente lesivo - con la conseguente ritualità dei successivi motivi aggiunti proposti dal Consorzio.

            Da ultimo, giovi anche rilevare che se, in via di mera ipotesi, la fase regionale del procedimento in esame non potesse considerarsi autonoma rispetto a quella statale - trattandosi di un unico procedimento che inizia con la presentazione delle istanze di riconoscimento e termina con la notifica alla Commissione europea della domanda da registrare - allora detto procedimento dovrebbe considerarsi concluso con l’adozione del provvedimento finale emesso dal MIPAF, che non è – come pretestuosamente sostiene controparte – quello del 24.10.2002 (impugnato con motivi aggiunti), bensì quello del 1.6.2002 (adottato successiveamente al rigetto delle osservazioni del Consorzio controinteressato), con il quale il Ministero ha definitivamente rimesso gli atti alla Commissione europea per la registrazione dell’IGP, chiudendo così l’intero procedimento.

Ed è appena il caso di sottolineare che tale ultimo provvedimento è stato tempestivamente e ritualmente impugnato dal Consorzio oggi resistente unitamente a tutti i precedenti e presupposti atti amministrativi adottati dalle Amministrazioni interessate, ivi compresa la nota del 24.10.2001.

I.3.3.  Che l’atto conclusivo del procedimento statale non possa essere quello – comunitario - che riconosce l’IGP – e passiamo così all’eccezione avversaria sub 3.3. - è affermazione che, peraltro, trova riscontro nella stessa giurisprudenza comunitaria, citata sub I.1.2.1., secondo la quale il regolamento comunitario recante la registrazione dell’IGP non è impugnabile (ord. Pampryl che ha dichiarato l’irricevibilità del ricorso).

Del resto, tale statuizione è facilmente comprensibile se si ricorda quanto già esposto in precedenza, ovvero che la Commissione europea non espleta una valutazione di merito in ordine alla domanda di registrazione, ma si limita ad effettuare un riscontro formale in ordine alla sussistenza di tutti gli elementi richiesti dal regolamento, emettendo quindi un atto – la registrazione – che è conseguenza diretta e necessaria di quanto già accertato dallo Stato membro.

Ed è proprio per tale motivo che la giurisprudenza comunitaria impone - al fine di scongiurare il pericolo di registrazioni illegittime e quindi anticoncorrenziali - che il sindacato giurisdizionale sul procedimento per il riconoscimento dell’IGP venga adeguatamente espletato in sede nazionale, consentendo l’impugnabilità di qualsiasi atto adottato dalle autorità competenti, incidente “sui diritti che derivano ai terzi dal diritto comunitario” e ciò anche quando “le norme procedurali nazionali non lo prevedono in un caso del genere” (sent. Kuhne e ord. La Conqueste, entrambe cit.).

Di qui l’ammissibilità, anche sotto tale ulteriore e concorrente profilo, del ricorso principale e delle impugnazioni successive proposte dal Consorzio.

Da ultimo, e ad ogni buon fine, si rinvia anche a TAR Lombardia - BS, 13.11.2002, n.1843 secondo cui “la presentazione, da parte dell’Autorità resistente in giudizio, di specifiche controdeduzioni riferite ai motivi aggiunti irritualmente notificati dal ricorrente, sana ogni eventuale irregolarità di notificazione” (conforme a TAR Lazio, Sez. III, 13.10.1982, n.892).

I.4 Quanto alle rimanenti obiezioni di merito riproposte dall’Associazione appellante – che trovano smentita in quanto s’è fin’ora dedotto - si ritiene opportuno, per non tediare ulteriormente il Collegio, rinviare a quanto già più ampiamente esposto in tutti i precedenti scritti difensivi depositati dal resistente innanzi al TAR della Toscana. Il Consorzio, pertanto, ripropone innanzi a codesto Collegio gli ulteriori e diversi motivi di illegittimità già dedotti avverso i provvedimenti impugnati al TAR Toscana, motivi che avallano ulteriormente il fumus boni iuris – peraltro esattamente ritenuto sussistente dal giudice di primo grado - e che, ad ogni buon conto, si intendono qui di seguito interamente ritrascritti e reiterati.

*          *          *

II. Sul periculum in mora

Va innanzi tutto premesso che il TAR Toscana, anche in accoglimento di apposita e motivata istanza di prelievo presentata dal Consorzio appellato in data 20.02.2004 (doc.), ha già fissato l'udienza del 13 luglio 2004 (tra tre mesi e mezzo) per la discussione del merito.

Questo toglie ogni caratteristica di urgenza - ammesso che ne abbia mai avute - all'appello del Ministero e dell’Associazione.

II.1. Tutti i provvedimenti impugnati, ed in particolare il d.m. del 6.11.2003 di concessione della tutela provvisoria nazionale dell’IGP “Lardo di Colonnata” all’Associazione controinteressata, oltre ad essere illegittimi (il d.m. in via derivata) per tutte le ragioni sopra esposte, risultano essere gravemente ed irreparabilmente pregiudizievoli al Consorzio.

II.2. Ed invero, per quanto riguarda il d.m. 6.11.2003, esso determina l’impossibilità immediata per il Consorzio (stante il mancato riconoscimento del periodo di adeguamento pure previsto dall’art. 5 paragrafo 5 del Reg. CEE n.2081/92, così come modificato dal Reg. CE n.535/97) non solo di continuare a vendere “lardo di Colonnata” – e ciò significherebbe per alcune aziende consorziate la cessazione definitiva dell’attività, trattandosi di imprese “monoprodotto” (ditta Santucci Marco e Salumificio Europa di Gemignani)– , ma anche, ancora prima, l’impossibilità di adempiere alle obbligazioni contrattuali già assunte, aventi ad oggetto, appunto, la vendita del “lardo di Colonnata” (cfr. a titolo esemplificativo i contratti già stipulati, docc. da 116 a 127bis del fascicolo di primo grado), con l’inevitabile conseguenza di esporsi alla immediata risoluzione dei contratti stessi e a richieste risarcitorie notevolissime.

E ciò con conseguenze dirette, ed altrettanto gravose, su:

1) i dipendenti e gli addetti (e loro famiglie) delle varie imprese consorziate, non più in grado di mantenere gli attuali posti di lavoro (cfr., tra gli altri, doc. 133 ivi);

2) sull’immagine e sul buon nome delle aziende: la circostanza di rendersi inadempienti ad accordi conclusi con importanti operatori commerciali farà immancabilmente perdere credibilità alle aziende, con riflessi nefasti anche per quanto concerne gli altri prodotti eventualmente commercializzati;

3) sull’economia del settore, già in profonda crisi a livello nazionale ed ancor più in un comprensorio notoriamente e tristemente noto per la recessione economica che da anni lo attanaglia (cfr. doc.126 del fascicolo di primo grado).

A ciò si aggiunga anche il serio pericolo, cui vanno incontro tutte le imprese del Consorzio, sia di azioni giudiziari civili (quali il sequestro giudiziario e conservativo di tutto il lardo prodotto e venduto dal Consorzio) sia di denuncia penale, azione questa già promossa dall’Associazione appellante quando ancora il prodotto non aveva alcuna tutela legale. Infatti, se si considera che l’adeguamento agli obblighi imposti dal decreto richiede necessariamente un congruo periodo di tempo (per l’espletamento di tutte le operazioni che le aziende dovrebbero comunque porre in essere per modificare parti essenziali del ciclo produttivo, quali l’etichettatura e la commercializzazione), e che quindi, non è possibile ritirare completamente dal commercio, dall’oggi al domani, un prodotto tanto diffuso e venduto, risulta evidente che durante detto periodo, le aziende apuane corrono il gravissimo rischio di essere nuovamente denunciate in sede penale, con tutte le conseguenze negative, non solo all’immagine, che da ciò deriverebbero. Se, poi, si considera che tra tre mesi e mezzo la questione verrà decisa nel merito dal TAR appare evidente come la tutela interinale chiesta dal Consorzio ricorrente in primo grado e concessa dal TAR non può essere qui revocata od annullata, non esistendo alcun serio motivo di urgenza che possa contrapporsi agli evidenti, gravi ed irreparabili danni che gli aderenti al Consorzio subiscono dal provvedimento da ultimo impugnato, oltre che dagli atti precedenti.

II.3. Il danno grave ed irreparabile, invero, è connesso non solo alla mancata sospensione del d.m. 6.11.2003, ma anche, più in generale, alla mancata sospensione di tutti i provvedimenti che hanno portato il MIPAF, al termine del procedimento, a notificare alla Commissione la domanda di registrazione dell’Associazione.

Se infatti si rammenta che la “fase comunitaria” del procedimento in esame è già stata avviata – proprio all’esito della (illegittima) “fase nazionale”, e che la Commissione europea, ai fini della registrazione, non dispone di margini di valutazione, essendo vincolata agli atti amministrativi nazionali (ed al loro contenuto), risulta evidente che va adesso impedito che le illegittimità verificatesi nel procedimento interno si ripercuotano sul provvedimento comunitario di riconoscimento, in via definitiva, della tutela richiesta, che nelle more del giudizio potrebbe essere accordato. E' la stessa giurisprudenza comunitaria sopra ricordata (sent. Kuhne, ord. Pampryl) che richiede che si completi un adeguato sindacato giurisdizionale in sede nazionale "per evitare che un'eventuale illegittimità degli atti amministrativi nazionali possa ripercuotersi sul provvedimento comunitario finale" nei cui confronti non è esperibile alcun rimedio giurisdizionale.

II.4.  Da ultimo sembra utile rilevare che la sospensione dei provvedimenti impugnati non arreca alcun pregiudizio interinale né all’Associazione, né al Ministero appellanti, né – tanto meno - agli interessi dei consumatori.

Ed invero, per quanto riguarda l’Associazione, essa ben può continuare a produrre lardo di Colonnata, come ha fatto sin’ora,  ed è evidente, pertanto, che essa non subirebbe alcun danno dalla sospensione del provvedimento di tutela provvisoria.

Va infatti rilevato che l’ordinanza di sospensione  della tutela temporanea produce effetti solo nei confronti del Consorzio – in quanto parte del giudizio – e non ha effetto alcuno nei confronti di tutti gli altri produttori, ai quali sarà opponibile solo il provvedimento definitivo.

Ed invero, con riferimento ai limiti soggettivi della pronuncia cautelare,  recente dottrina, pur premettendo che “valgono le stesse regole generali sull’efficacia inter partes e sull’impossibilità di giovarsene da parte di soggetti terzi”; che “in caso di sospensione di atto con effetti indivisibili, parte della giurisprudenza ammette, tuttavia, che l’ordinanza di sospensione possa avere efficacia generale e, quindi, giovare a tutti gli interessati ancorché estranei al giudizio”, ha peraltro concluso che “l’ammissione di una efficacia erga omnes della sospensiva è in rotta di collisione con uno dei principi cardine della tutela cautelare, ossia la sua inerenza alla posizione specifica del ricorrente, e segnatamente al periculum da questa denunciato. Detta tesi conclude allora nel senso che l’estensione a terzi dell’efficacia della sospensiva necessita, anche per gli atti indivisibili, di una determinazione amministrativa discrezionale” (così F. Caringella, Corso di diritto processuale amministrativo, Giuffrè, Milano, 2003, pag.1040 – 1041).

Ciò in altri termini significa che l’unico soggetto che, ad oggi, può valersi della tutela cautelare concessa dal TAR è il Consorzio e che, quindi, tutti gli altri produttori (esclusi, ovviamente, quelli dell’Associazione) non possono più commercializzare in Italia “Lardo di Colonnata”. Con buona pace, quindi, dei timori “opportunamente” (data la loro “facile ed immediata presa”) evocati dalle difese avversarie sia in riferimento alla necessità di tutelare la qualità e l’origine del prodotto de quo, sia in riferimento alla necessità di tutelare i consumatori.

Per quanto riguarda, invece, l’Amministrazione appellante è evidente che essa non subisce alcun danno dalla sospensione del provvedimento, tanto meno grave ed irreparabile (tant’è vero che non è stato nemmeno dedotto), non potendosi fare portatrice (come in realtà fa) – unicamente - degli interessi economici dell’Associazione avversaria, i quali, peraltro, non verrebbero minimamente lesi.

Né, del resto, possono considerarsi esistenti (né tanto meno prevalenti) gli interessi pubblici contrari indicati dall’Amministrazione, consistenti nella tutela degli acquisti dei consumatori e  nell’agevolazione delle aree svantaggiate.

Quanto al primo interesse, infatti, non vi è ombra di dubbio che i consumatori non subirebbero alcun pregiudizio nel comperare lardo di Colonnata prodotto (esclusivamente) nel più esteso comprensorio apuano, e ciò sia perché – come si crede di aver dimostrato - non v’è alcuna differenza tra il lardo di Colonnata prodotto a Colonnata e il lardo di Colonnata prodotto nei comuni di Carrara, Massa e Montignoso, sia perché la illegittima restrizione della zona di produzione del lardo de quo ne determinerebbe un ingiustificato aumento del prezzo, che andrebbe a gravare proprio su quei consumatori che l’Amministrazione, a parole, intende tutelare.

Quanto all’intento di agevolare le aree svantaggiate, non può non rilevarsi che detta condizione – di area svantaggiata - è propria non solo della frazione di Colonnata ma anche dell’intero comprensorio apuano, colpito da grave crisi economica, occupazionale e sociale.

P.Q.M.

Si confida nella reiezione dei ricorsi in appello avversari e nella  conferma dell’ordinanza n. 41/2004 della II Sezione del TAR Toscana.

Con ogni conseguenza di legge, anche in ordine alle spese (anche generali) ed onorari di giudizio della fase cautelare.

Roma, 26 marzo 2004

avv. prof. Aurelio Pappalardo

 

avv. Carlo Lenzetti

 

avv. Piero d’Amelio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Bottega di Adò - via Nerino Garbuio - 54038 Montignoso (MS)

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